di Shorsh Surme –
Nonostante le perdite umane e materiali, i Paesi del Golfo emergeranno probabilmente più forti di prima. Hanno dimostrato capacità e determinazione nel contrastare e dissuadere gli attacchi e le loro difese aeree hanno registrato un tasso di successo nell’intercettare missili e droni iraniani superiore a quello di Stati Uniti e Israele, pur avendo affrontato un numero di missili di gran lunga maggiore rispetto a quelli lanciati contro Israele.
Le guerre scoppiano e finiscono. Tutto ha una fine. Alcuni accendono la miccia ma non sanno come spegnerla. La guerra israelo americana contro l’Iran, che a sua volta ha innescato aggressioni contro i suoi vicini arabi, azeri, turchi e persino grecociprioti, finirà prima o poi.
Ma se i tamburi di guerra tacessero, se i bombardamenti cessassero, se i cannoni si fermassero e i droni atterrassero già stanotte, come ogni persona amante della pace desidererebbe, chi potrebbe davvero dichiararsi vincitore.
Analizzando le principali parti coinvolte emerge che il concetto di vittoria varia profondamente da un attore all’altro. È questa percezione soggettiva, più dei semplici calcoli di perdite e guadagni, a determinare chi appare vincitore agli occhi dell’opinione pubblica.
Gli Stati Uniti.
Donald Trump ha perso la guerra che lui stesso ha avviato. I suoi slogan elettorali si fondavano sul principio “America First” e sulla promessa di non mandare più soldati americani a combattere nelle guerre altrui, evitando perdite umane e costi miliardari per i contribuenti.
Si era vantato di aver contribuito a porre fine a diversi conflitti nel mondo, arrivando persino a chiedere, in modo singolare, il Premio Nobel per la Pace. Tutto questo è svanito nel momento in cui ha lanciato la guerra contro l’Iran, in un’alleanza di fatto con Benjamin Netanyahu e Israele.
Ma Trump resta Trump. Ha già iniziato a insinuare che non esistano più obiettivi militari significativi da colpire in Iran. Potrebbe quindi riemergere da un momento all’altro, come fece nel giugno 2025 dopo la guerra dei dodici giorni, proclamando una “vittoria schiacciante”: paralisi del programma nucleare iraniano, distruzione del programma missilistico, eliminazione di siti di lancio e impianti di produzione e l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei insieme ad alcuni suoi collaboratori.
Potrebbe accontentarsi di questi risultati come dichiarazione di vittoria, soprattutto considerando che la campagna contro l’Iran è stata fin dall’inizio ambigua. A volte si parlava di cambio di regime, altre della nomina di una nuova Guida Suprema, altre ancora di resa incondizionata o persino di distruzione totale dell’Iran.
In realtà l’“eroe” si trova oggi in una situazione difficile e cerca una via d’uscita. Non è escluso che scarichi la responsabilità su alcuni consiglieri e inviati, sacrificandoli politicamente.
Israele.
Se la guerra finisse oggi, Benjamin Netanyahu apparirebbe probabilmente in televisione per proclamare la vittoria, con toni simili a quelli di Trump.
Tuttavia sarebbe ben consapevole che la minaccia dei missili balistici iraniani rimane intatta e continua a incombere su Israele. Il prossimo attacco potrebbe essere ancora più devastante.
Netanyahu potrebbe persino suggerire la necessità di “fare piazza pulita”, preparando un nuovo attacco quando le condizioni lo permetteranno. Ma a quel punto inizierebbe l’incubo politico di dover spiegare ai cittadini i risultati reali della guerra e le perdite subite.
Inoltre i suoi processi per corruzione tornerebbero al centro della scena con il rischio concreto di un rinvio a giudizio.
Gli Stati arabi del Golfo e la Giordania.
Per gli Stati arabi del Golfo e per la Giordania l’unico scenario che può essere definito una vittoria è quello fondato sulla deterrenza, sulla resilienza e sulla cessazione rapida del conflitto.
Tutti questi Paesi erano contrari alla guerra e all’uso delle proprie basi militari o del proprio spazio aereo per attacchi contro l’Iran.
Per loro una vittoria significativa consiste nell’aver evitato la trappola di una guerra totale contro Teheran per tre ragioni principali.
La prima è che una guerra totale è esattamente ciò che Israele desidera. Sebbene gli Stati del Golfo siano stati colpiti dall’aggressione iraniana, le motivazioni di Teheran sembrano legate alla disperazione, alla confusione strategica e al tentativo di esercitare pressione sull’economia globale per fermare la guerra.
Israele invece mira strategicamente a trascinare l’intera regione, arabi e persiani, in un ciclo di conflitti lunghi e devastanti tali da far apparire la guerra Iran Iraq come una parentesi relativamente breve.












