di Giuseppe Gagliano –
La Guyana e gli Stati Uniti hanno ribadito la loro “alleanza strategica” contro il traffico di droga nei Caraibi, confermando l’impegno a rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza regionale. Durante un incontro a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il presidente della Guyana, Irfaan Ali, e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, hanno sottolineato l’importanza di mantenere un coordinamento costante per fronteggiare le reti criminali transnazionali.
Secondo quanto riportato in una nota ufficiale, i due leader avrebbero discusso anche della situazione ad Haiti e a Cuba, oltre a temi di più ampio respiro legati alla stabilità emisferica. Ali avrebbe spiegato che la sua principale preoccupazione riguarda l’uso delle acque internazionali e della zona economica esclusiva della Guyana da parte di narcotrafficanti, che, a suo avviso, mettono in pericolo economie, Stati e comunità locali.
Il Dipartimento di Stato americano ha precisato che Rubio e Ali avrebbero riaffermato “la forte alleanza tra i 2 Paesi” e la volontà di ampliare le opportunità economiche, oltre che di consolidare la sicurezza. Rubio avrebbe ribadito il pieno sostegno degli Stati Uniti all’integrità territoriale della Guyana, in riferimento alla disputa sul territorio dell’Essequibo, rivendicato dal Venezuela.
Da parte sua Ali avrebbe dichiarato in un breve incontro con la stampa che la Guyana “collaborerà con i suoi partner internazionali per proteggere la regione” e che il governo è in contatto con Paesi amici per ottenere sistemi di sorveglianza aerea e strumenti di tracciamento. Il presidente avrebbe inoltre riferito dell’emissione di un avviso relativo a voli sospetti utilizzati da presunti narcotrafficanti.
La collaborazione con Washington si inserisce nel quadro dello spiegamento militare statunitense nei Caraibi, ufficialmente volto al contrasto dei traffici illeciti provenienti dal Venezuela. Ali avrebbe difeso questa presenza, sottolineando che il suo obiettivo è prevenire l’infiltrazione delle reti criminali.
Nella regione anche Trinidad e Tobago ha espresso sostegno alla risposta antidroga guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, avrebbe avvertito la scorsa settimana che un eventuale attacco al Venezuela dal territorio di Paesi vicini riceverebbe una “legittima risposta”, definita come un atto di autodifesa.
Parallelamente in Venezuela il movimento di opposizione Unione e Cambiamento ha lanciato un appello urgente, chiedendo soluzioni reali alla crisi che attraversa il Paese. In una dichiarazione diffusa sui social, il gruppo avrebbe sostenuto che la situazione va ben oltre la recente escalation militare con gli Stati Uniti, sottolineando che la popolazione reclama risposte immediate ai problemi strutturali che affliggono la vita quotidiana.
Secondo quanto riportato il movimento avrebbe denunciato un crollo del potere d’acquisto, con salari e pensioni che in molti casi non superano l’equivalente di un dollaro al mese. Avrebbe inoltre accusato il governo di ignorare l’impatto devastante della crisi economica, aggravata dal deprezzamento della valuta nazionale stimato vicino all’1% al giorno.
L’opposizione ha criticato anche la creazione del Consiglio Nazionale per la Sovranità e la Pace, promosso dal partito di governo come risposta allo spiegamento navale statunitense nei Caraibi. Unione e Cambiamento avrebbe messo in dubbio la legittimità del nuovo organismo, accusandolo di includere settori “collaborazionisti” e di non affrontare le vere necessità del Paese.
La reazione del governo non si è fatta attendere. Il presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodriguez, avrebbe annunciato la formazione di divisioni regionali del Consiglio, composte da gruppi diplomatici, giuridici e politici incaricati di difendere la sovranità venezuelana da eventuali “aggressioni straniere”.
Il presidente Nicolas Maduro avrebbe evocato la possibilità di dichiarare uno “stato di agitazione esterna” per mobilitare tutte le risorse nazionali in risposta alla presenza militare statunitense nei Caraibi, che comprende otto navi da guerra, un sottomarino nucleare, aerei da combattimento e oltre 4.500 soldati. Secondo il governo, si tratterebbe di una strategia volta a destabilizzare il Paese e favorire un cambio di regime.
Parallelamente i leader della principale opposizione, Maria Corina Machado ed Edmundo González Urrutia, hanno portato la loro voce all’Onu. Machado avrebbe invocato lo “smantellamento” del regime di Maduro, denunciando le violazioni dei diritti umani, mentre Gonzalez Urrutia, rifugiato in Spagna, avrebbe definito imprescindibile il sostegno internazionale a una transizione “ordinata e pacifica”. Entrambi hanno ribadito che la via scelta è “impeccabilmente democratica”, accusando Maduro di aver bloccato il ricambio istituzionale dopo le contestate elezioni del 2024.




