di Giuseppe Gagliano

Nel caos politico e soprattutto sociale che governa ad Haiti, con il paese de facto in mano a mafia e bande, il governo di Port-au-Prince ha introdotto l’embargo terrestre verso la Repubblica Dominicana, una misura logistica ma anche il segnale politico di un paese allo stremo.

Il ministero dell’Economia e delle Finanze di Haiti ha comunicato ufficialmente che a partire dal 7 aprile 2025 sarà vietato importare merci dall’estero attraverso il territorio dominicano. Tutte le operazioni dovranno avvenire unicamente via mare, sotto il controllo esclusivo degli uffici doganali haitiani. Un provvedimento drastico, motivato con la necessità di contrastare il traffico illecito di armi e rafforzare la sicurezza nazionale.

L’ordine prevede il sequestro immediato delle merci che violeranno la direttiva e l’imposizione di sanzioni severe. La polizia nazionale haitiana (PNH) e le Forze armate (FAD’H) sono state incaricate di collaborare per il controllo dei confini, in un quadro emergenziale che mescola criminalità diffusa, sfaldamento istituzionale e infiltrazioni regionali.

Ma il cuore del provvedimento è geopolitico. Da mesi le autorità haitiane denunciano l’afflusso massiccio e incontrollato di armi leggere e pesanti provenienti dalla vicina Repubblica Dominicana, attraverso i valichi di frontiera. Secondo il governo di Port-au-Prince, questo flusso alimenta direttamente le gang armate che hanno devastato interi quartieri della capitale e controllano larghe fasce del Paese.

Una serie di sequestri recenti ha confermato l’allarme. Il 4 marzo, le dogane dominicane hanno intercettato un container diretto ad Haiti, proveniente da Miami. Conteneva 36mila cartucce, 23 armi da fuoco, tra cui mitragliatrici Uzi, pistole Glock e un fucile Barret calibro 50. Un arsenale da guerra. Un altro carico, intercettato a Mirebalais il 9 marzo, conteneva oltre 10.000 proiettili. I due uomini a bordo del minibus che lo trasportava sono stati linciati dalla popolazione.

I documenti ufficiali indicano il coinvolgimento di organizzazioni transnazionali. Le indagini sono in corso con la collaborazione delle autorità dominicane, dell’intelligence statunitense (HSI), del Ministero della Difesa dominicano e della Procura. Ma per Haiti, il tempo delle verifiche è finito. È il tempo delle chiusure.

Imponendo un blocco ai trasporti via terra, Port-au-Prince mira non solo a stringere la morsa sui traffici illeciti, ma anche a esercitare una pressione politica su Santo Domingo, accusata implicitamente di tolleranza (o peggio). Allo stesso tempo, il governo haitiano cerca di affermare un principio di sovranità nazionale, in un momento in cui la percezione dello Stato come entità capace di garantire ordine e sicurezza è al minimo storico.

Sul piano economico, la misura avrà conseguenze pesanti. Molte imprese haitiane dipendono dalla logistica dominicana, più efficiente e meno costosa. La chiusura delle vie terrestri comporterà ritardi, aumento dei prezzi e riorganizzazione della catena di approvvigionamento. Ma, nella logica emergenziale di Haiti, questa è una guerra per la sopravvivenza, non una questione di bilanci doganali.

In un Paese in cui lo Stato ha perso il controllo di interi territori e la comunità internazionale tarda a intervenire concretamente, ogni mossa del governo è al tempo stesso disperata e simbolica. Il blocco alla frontiera è una dichiarazione: siamo ancora sovrani, vogliamo vivere.

Resta da vedere quanto durerà la tenuta di questa linea e quali reazioni politiche e regionali susciterà. Se il provvedimento non sarà accompagnato da una strategia di stabilizzazione e da un piano di aiuti reali, rischia di essere solo un nuovo capitolo di un disastro annunciato.