di Giuseppe Gagliano

In un Paese dove il 90% della capitale è controllato dalle bande armate e oltre un milione di persone sono sfollate, il concetto di “ricostruzione” assume un significato radicale. Ad Haiti le Nazioni Unite e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) hanno avviato una serie di interventi strutturali che puntano a restituire alle istituzioni dello Stato la capacità minima di funzionare. La priorità? Ricostruire le stazioni di polizia distrutte, dotare la Polizia Nazionale Haitiana (PNH) di mezzi blindati e ambulanze, e dare un segnale di presenza istituzionale dove ora regna il vuoto.

Il programma coordinato dall’UNDP in collaborazione con BINUH e UNODC, è finanziato da un’ampia alleanza di Paesi — tra cui Italia, Canada, USA, UE, Giappone e Messico — che cercano di contenere il collasso definitivo dello Stato haitiano. La ristrutturazione della stazione di Champs-de-Mars, nel cuore di Port-au-Prince, a due passi dal Palazzo Nazionale, rappresenta più di un progetto edilizio: è un atto simbolico di restituzione della sovranità in un contesto dove ogni metro quadrato è conteso.

Il supporto non si limita alla ricostruzione fisica: 32 nuovi veicoli, tra cui 24 SUV blindati e 8 ambulanze, sono stati consegnati per migliorare la mobilità della PNH. Le strade haitiane, spesso occupate da milizie, richiedono mezzi adatti a un contesto operativo simile a quello di una guerra urbana permanente. Le stazioni di Kenscoff e Borgne, grazie al supporto dell’OEA e del Canada, sono state dotate di pannelli solari, impianti sanitari nuovi e barriere di protezione, offrendo condizioni minimamente dignitose agli agenti.

Eppure il quadro resta drammatico. Solo nel secondo trimestre del 2025 si contano oltre 1.500 omicidi, 600 feriti, 628 casi di violenza sessuale e almeno 185 sequestri. Le bande, sempre più strutturate, si espandono anche fuori dalla capitale: nei dipartimenti di Artibonite e Centre, si moltiplicano stupri di gruppo, reclutamenti forzati di minori, omicidi e traffico di esseri umani.

Di fronte a questa spirale, l’ONU rilancia la richiesta alla comunità internazionale per il pieno dispiegamento della Missione Multinazionale di Supporto alla Sicurezza (MSS), guidata dal Kenya. Ma la risposta resta frammentaria e lenta, condizionata da dubbi giuridici, interessi divergenti e una crescente stanchezza diplomatica. L’unico strumento di contenimento al momento è la roadmap da 1,37 miliardi di dollari presentata dall’OEA, articolata in cinque pilastri: aiuti umanitari, sviluppo sostenibile, sostegno istituzionale, promozione del dialogo politico e consolidamento della sicurezza.

Come ha dichiarato l’assistente segretario generale dell’OEA, Albert Ramdin, questa strategia parte da un principio chiaro: la stabilità ad Haiti non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere costruita con il coinvolgimento della società civile e sulla base delle priorità locali. È stato chiesto alla Banca Interamericana di Sviluppo di organizzare una conferenza dei donatori per finanziare i progetti più urgenti.

Nel frattempo, il governo transitorio guidato da Fritz Alphonse Jean tenta di tamponare l’emergenza con soluzioni tampone. Oltre 700 agenti della PNH saranno formati all’estero: 400 andranno in Brasile ad agosto, altri 150 sono già in Messico, mentre anche la Colombia ha dato disponibilità. Inoltre, il presidente ha confermato l’esistenza di un contratto con una compagnia privata di sicurezza straniera, attiva nell’assistenza alle forze di polizia. Un dettaglio che resta opaco, ma che dimostra quanto lo Stato haitiano sia ormai costretto ad appaltare la propria sovranità per sopravvivere.

La crisi haitiana non è nuova, ma oggi rischia di raggiungere un punto di non ritorno. Eppure, resta periferica nel radar delle grandi potenze. Le bande armate non sono più solo un fenomeno criminale, ma un potere parallelo che si nutre del traffico d’armi e dell’impunità. La sicurezza non è più solo una questione interna: è un tema regionale, che coinvolge la stabilità dei Caraibi e delle rotte migratorie verso gli Stati Uniti.

Il sostegno internazionale, se non verrà accompagnato da una strategia politica e da un reale impegno a lungo termine, rischia di restare un intervento cosmetico. Senza un governo legittimo, senza giustizia, senza lavoro e senza prospettive, la ricostruzione delle stazioni di polizia sarà solo una tregua in una guerra che continua a consumare Haiti ogni giorno.