Haiti. L’Onu rinnova la presenza politica, ma il Paese brucia sul terreno

di Giuseppe Gagliano

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha prorogato di un anno il mandato del BINUH, l’ufficio integrato delle Nazioni Unite ad Haiti. La formula è quella già vista: missione politica, nessuna componente militare, ruolo di mediazione, sostegno istituzionale, diritti umani. Ma la decisione arriva mentre l’isola vive l’esatto opposto della “normalità”: bande armate che controllano porzioni decisive del territorio, servizi essenziali in crisi, potere politico sospeso da anni e una transizione che rischia di scadere senza sostituto.
Il mandato rinnovato, promosso da Panama e Stati Uniti, cerca di tenere insieme le due metà del problema: da un lato aiutare il processo politico ed elettorale; dall’altro rafforzare giustizia e tutela dei diritti. In teoria è equilibrio. Nella realtà haitiana, spesso è una lista di compiti senza gli strumenti per imporre l’ordine minimo necessario a farli funzionare.
Haiti è un Paese dove l’economia non è semplicemente in crisi: è “interrotta”. Se le bande controllano strade, quartieri, porti, nodi logistici, l’effetto non è solo paura: è paralisi. Ogni camion diventa pedaggio, ogni trasporto diventa negoziazione, ogni mercato diventa territorio conteso. In queste condizioni lo Stato perde due volte: perde entrate fiscali e perde la credibilità di poter garantire i contratti.
Il punto più duro è che, mentre lo Stato si impoverisce, si arricchiscono le economie armate. La criminalità organizzata non sostituisce solo la sicurezza: sostituisce anche la distribuzione delle risorse, in un sistema dove la “protezione” diventa moneta e la violenza diventa metodo di governo. In questo scenario, sostenere elezioni credibili non è solo un obiettivo democratico: è un tentativo di ricostruire un minimo di legittimità che permetta allo Stato di tornare a incassare e spendere senza essere un ostaggio.
Il Consiglio di Sicurezza ribadisce che il BINUH non è un braccio armato. È pensato per accompagnare: mediazione, monitoraggio, coordinamento internazionale, diritti umani. Il problema è che Haiti oggi non soffre solo di un deficit di governance: soffre di un deficit di forza. E il deficit di forza lo riempiono le bande.
Per questo l’Onu richiama la creazione della Forza di repressione delle bande (GSF), una nuova operazione multinazionale destinata a sostenere la Polizia nazionale haitiana e contrastare la criminalità organizzata, dopo che la missione dispiegata nel 2024 non è riuscita a fermare l’espansione delle bande nelle aree strategiche, dalla capitale ai porti. L’idea, sulla carta, è complementarità: BINUH fa politica e istituzioni, la forza multinazionale fa sicurezza.
Ma la complementarità è un’arte difficile: se la componente di sicurezza arriva tardi o arriva in numero insufficiente, la missione politica resta un lavoro di tessitura dentro un incendio. E se la componente di sicurezza arriva senza una cornice politica credibile, rischia di diventare solo contenimento temporaneo. In altre parole: o si incastrano, o si ostacolano.
Haiti non è “solo” una crisi interna. È un problema regionale per flussi migratori, criminalità transnazionale, destabilizzazione del bacino caraibico e del corridoio centroamericano. Per Washington, la parola chiave è leadership haitiana “forte e legittimata”: detto in modo meno elegante, significa trovare un interlocutore che non sia percepito come una protesi esterna, ma che allo stesso tempo accetti l’architettura di assistenza internazionale. È un equilibrio quasi impossibile, perché ogni passo può essere letto come ingerenza, e ogni rinuncia come abbandono.
Panama spinge su un’impostazione che include disarmo e reinserimento: ma il disarmo, in un contesto di bande che controllano economia e territorio, non è un programma sociale. È un negoziato di potere. E senza un vantaggio materiale o coercitivo, è difficile convincere chi vive di armi a “reinserirsi”.
La data più pericolosa è il 7 febbraio, quando scade il mandato del Consiglio presidenziale di transizione. Se prima di allora gli attori politici non trovano un accordo o non definiscono un percorso elettorale credibile, il rischio è un vuoto che le bande sanno riempire meglio di chiunque altro. È questo il senso vero della proroga Onu: evitare che la transizione diventi un buco nero istituzionale.
In conclusione, il rinnovo del BINUH è un tentativo di tenere aperto il cantiere politico mentre si prepara, forse, un cambio di passo sulla sicurezza con la forza multinazionale. Ma la storia recente di Haiti suggerisce una regola spietata: senza sicurezza non c’è politica; senza politica la sicurezza non regge; e senza entrambe, lo Stato resta un nome senza territorio.