di Giuseppe Gagliano –
La crisi di Haiti continua ad aggravarsi, portando il paese sempre più verso uno stato di fallimento. La violenza dilagante delle bande armate, la crisi umanitaria e l’instabilità politica hanno paralizzato ogni tentativo di ripresa, nonostante la presenza delle forze internazionali di sicurezza dispiegate su mandato dell’ONU. Con almeno 3.661 morti nel solo 2024 a causa del banditismo e 700mila persone sfollate, la situazione rimane drammatica, con quasi la metà della popolazione che soffre di insicurezza alimentare. A peggiorare la situazione è la crescente espansione delle bande armate, circa 200, che controllano vaste porzioni della capitale Port-au-Prince e altre aree strategiche. Una delle fazioni più temibili, la banda Gran Grif, è stata responsabile di un massacro in un quartiere agricolo, uccidendo oltre 115 persone. Di fronte a questa escalation di violenza, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato, a settembre, il dispiegamento di una nuova forza internazionale per contrastare le bande, dopo che una proposta statunitense per trasformare la missione in un’operazione di pace dell’ONU è stata bloccata dalla Russia e dalla Cina.
Successivamente il presidente del Kenya, William Ruto, ha annunciato che il suo paese invierà 600 agenti di polizia per rafforzare la missione, che sarà diretta proprio dalle forze keniane, portando il numero di personale internazionale a circa 2.900. Tuttavia il confronto tra le forze di sicurezza e i circa 15mila membri delle bande armate pone seri dubbi sull’efficacia della missione. La scelta del Kenya come guida della missione ha sollevato critiche e sospetti, considerando i suoi stretti legami con gli Stati Uniti, confermati dal memorandum firmato da Joe Biden nel 2024 che designava il Kenya come principale partner strategico al di fuori della NATO.
Questa alleanza ha visto il Kenya diventare uno strumento delle politiche di Washington non solo in Africa ma anche in contesti internazionali come Haiti. Tuttavia, è improbabile che le forze keniane, senza conoscenza della lingua francese né delle complessità culturali locali, possano davvero cambiare la situazione, rischiando di trasformarsi in semplici forze di repressione piuttosto che risolutori di conflitti. L’ingerenza statunitense ad Haiti ha una lunga storia, dall’intervento militare con 25mila soldati al fallimento nel costruire un vero stato. Washington ha sostenuto regimi corrotti e ha manipolato le elezioni, come nel caso delle presidenziali del 2010-2011, dove Jude Célestin fu costretto a ritirarsi per favorire Michel Martelly, un presidente che, secondo l’ONU, ha stretto legami con le bande armate e contribuito all’instabilità odierna.
Martelly è stato sanzionato dagli Stati Uniti per narcotraffico nell’agosto 2024, un provvedimento che ha evidenziato il ruolo centrale del crimine organizzato nella crisi di Haiti. Le indagini sull’omicidio del presidente Jovenel Moise nel 2021 hanno ulteriormente rafforzato la tesi di un coinvolgimento statunitense, con finanziamenti da parte di imprenditori della Florida e il reclutamento di mercenari colombiani per eseguire l’assassinio. Anche la missione dell’ONU in Haiti è stata segnata da scandali, tra cui violazioni di massa e la diffusione di un’epidemia di colera, per cui l’organizzazione si è pubblicamente scusata. Ma cosa guida davvero l’interesse statunitense per Haiti? Oltre alla strategia geopolitica, vi è un possibile interesse per le risorse naturali del paese. Già negli anni ’80, la Commissione Economica per l’America Latina segnalava la possibilità di vasti giacimenti di petrolio nel mar dei Caraibi, inclusi quelli al largo di Port-au-Prince. Alcune stime recenti indicano che le riserve di gas naturale nel territorio haitiano potrebbero valere miliardi di dollari, offrendo un possibile motivo per il continuo interesse di Washington a mantenere il controllo della nazione caraibica.




