di Alessandro C. Mauceri –
Il 6 e il 9 agosto 2024 si svolgono le celebrazioni per il 79mo anniversario delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki dagli Stati Uniti d’America. Una decisione, quella di bombardare il Giappone con armi atomiche, che finora ha causato la morte di oltre 140mila persone, più altre 80mila a Nagasaki (ma questo numero non è definitivo: cresce anno dopo anno a causa delle malattie prodotte). Inaccettabile la giustificazione che l’uso di queste armi pose fine alla Seconda guerra mondiale: la guerra era praticamente finita e vinta. La decisione degli USA fu dettata solo dalla brama di far vedere al mondo intero, e prima di tutti alla Russia “alleata” ma concorrente, che l’America era in grado di utilizzare queste armi: a dimostrarlo il fatto che vennero sganciate non una ma due bombe atomiche.
Alle celebrazioni dei giorni scorsi ha partecipato anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: “Nomore Hiroshima. No more Nagasaki” è stato il suo messaggio. “Chi ha responsabilità politiche e istituzionali può superare anche le situazioni più critiche attraverso un impegno risoluto al dialogo”, ha detto il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, durante la cerimonia annuale nel Parco del memoriale della pace.
Belle parole. Ma ben lontane dalla realtà di oggi. Da poco tempo il Giappone ha ricominciato ad armarsi, pare che oggi sia il paese che ospita il più numeroso contingente americano fuori degli USA. Quanto agli Stati Uniti d’America non hanno mai chiesto scusa per i morti, per la maggior parte civili, uomini donne e bambini, uccisi per la brama di presentarsi al resto del mondo come il paese più forte. Sse ne parlò durante la presidenza Obama ma poi non se ne fece nulla.
La brama di dimostrare a tutti di essere capaci di distruggere il mondo è più diffusa che mai. Nonostante numerosi trattati per la non proliferazione e il disarmo nucleare, il numero di ordigni nucleari è impressionante. Secondo il Gruppo internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), la coalizione di organizzazioni non governative che promuovono l’adesione e l’attuazione del trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari (premio Nobel per la Pace nel 2017), sono oltre 12.500 le testate nucleari ancora attive. La stragrande maggioranza sono controllate da Russia e Stati Uniti d’America, che ne hanno oltre 5mila ciascuna. Molte anche in Cina, in Francia, nel Regno Unito, in Israele, in India, in Pakistan. Si è detto “controllate”, non è un caso: sono decine le testate nucleari che non si trovano negli USA o in Russia ma in paesi che hanno dichiarato di non volere più armi nucleari, ma che hanno deciso di ospitare sul proprio territorio armi nucleari “controllate” da altri paesi. In testa a questa lista c’è l’Italia: secondo ICAN ospiterebbe ben 35 testate nucleari. Inutile dire quali siano le conseguenze di una simile scelta. Altre venti in Turchia. E poi in Belgio in Germania e in altri paesi.
A distanza di 79 anni dall’esplosione della prima bomba atomica su Hiroshima molti leader politici fanno finta di non aver compreso i pericoli che derivano dall’esistenza stessa di queste armi di distruzione di massa. Molti i trattati e gli accordi delle Nazioni Unite, ma quasi sempre limitati nell’oggetto o firmati da un numero limitato di paesi, e mai da quelli che hanno nei propri arsenali ordigni nucleari. Accordi come quello per definire le Zone Regionali Libere da Armi Nucleari (NWFZ). O il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), il Trattato che vieta gli esperimenti nucleari nell’atmosfera, nello spazio extra-atmosferico e sott’acqua, noto anche come Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari (PTBT). Il nome stesso dice tutto: “parziale”.
Ben più importanti il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT): firmato nel 1996, deve ancora entrare in vigore. O il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW): entrato in vigore il 22 gennaio 2021, non è mai stato ratificato da nessuno di paesi possessori o che ospitano armi nucleari. Anche i trattati e le intese bilaterali e plurilaterali volte a ridurre o eliminare alcune categorie di armi nucleari (Gruppo dei fornitori nucleari, al Regime di controllo della tecnologia missilistica, Codice di condotta dell’Aia contro la proliferazione dei missili balistici e Accordo di Wassenaar) sono serviti a poco.
A 79 anni dalla strage di Hiroshima e da quella di Nagasaki, USA, Russia e altri paesi mostrano una voglia sfrenata di far aumentare la produzione di strumenti di distruzione di massa. Finora alcuni avevano cercato di giustificarsi parlando di aggiornamenti degli arsenali. Ora si cerca di giustificare questa decisione ingiustificabile distinguendo tra ordigni strategici (che resterebbero limitati) e ordigni tattici (liberi da ogni controllo), questi ultimi presentati o inquadrati come armi nucleari “più piccole” o “a basso rendimento”. Una giustificazione ingiustificabile: queste testate possono avere una potenza fino a 300 kilotoni, vale a dire 20 volte la potenza di quella della bomba che ha distrutto Hiroshima. Questo non ha impedito ad alcuni paesi di rilanciare la produzione in massa. La Federation of American Scientists stima attualmente che le testate nucleari non strategiche russe siano 1.912 e circa 100 le testate non strategiche statunitensi dispiegate in cinque paesi europei.
Mentre i giornali parlano di Hiroshima, nessuno dice che sono 8 i paesi (più i sei paesi ospitanti) che oggi “approvano” il possesso e l’uso di armi nucleari consentendo il potenziale uso di armi nucleari per loro conto come passato delle alleanze di difesa, tra cui l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Paesi come Albania, Armenia, Australia, Bielorussia, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Italia, Giappone, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Montenegro, Paesi Bassi, Macedonia del Nord, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Corea del Sud, Spagna, Svezia e Turchia.
Coscienti del pericolo che comportano queste bombe per l’intera razza umana, subito dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, nel 1946, le Nazioni Unite adottarono una risoluzione che prevedeva l’istituzione di una Commissione per affrontare i problemi relativi alla possibilità di utilizzare l’energia atomica. Tra i compiti della Commissione quello di presentare proposte per il controllo dell’energia atomica nella misura necessaria a garantirne l’uso solo per scopi pacifici ma anche “l’eliminazione dagli armamenti nazionali delle armi atomiche e di tutte le altre principali armi adattabili alla distruzione di massa”.
Da allora sono passati quasi ottant’anni. Ma nonostante gli appelli alla non proliferazione e all’eliminazione totale delle armi nucleari, poco è stato fatto. Anzi nell’ultimo periodo la produzione di queste armi ha avuto un’impennata inattesa. “Securing Our Common Future: An Agenda for Disarmament” considera le armi nucleari nel quadro del “disarmo per salvare l’umanità”. Il segretario generale ha chiesto la ripresa del dialogo e dei negoziati per il controllo degli armamenti nucleari e il disarmo. Ma nessuno lo ha ascoltato.
Nella sua dichiarazione nel Parco del memoriale della pace, l’Alto rappresentante delle Nazioni Unite per il disarmo Izumi Nakamitsu ha detto che “In effetti, questa cerimonia ci ricorda che dobbiamo fare ancora di più per porre fine all’ondata di armi nucleari, una volta per tutte”. “Le armi nucleari e la minaccia del loro utilizzo non sono confinate nei libri di storia – ha aggiunto il segretario generale Guterres – sono apparsi ancora una volta nella retorica quotidiana delle relazioni internazionali.
É questa la vera lezione di Hiroshima e Nagasaki: l’umanità non è riuscita ad imparare dai propri errori e oggi è sempre più incapace di comprendere “la lezione che qualsiasi uso di un’arma nucleare avrà conseguenze umanitarie catastrofiche”.




