di Giuseppe Gagliano

Lo stato di emergenza in vigore in Honduras dal dicembre 2022, presentato come misura straordinaria per ridurre la criminalità, sta mostrando il suo lato più oscuro. Le denunce di organizzazioni per i diritti umani e i dati raccolti da osservatori indipendenti raccontano una realtà segnata da abusi, violazioni sistematiche e una crescente militarizzazione della vita civile.

Il governo della presidente Xiomara Castro aveva presentato l’eccezionalità del provvedimento come risposta necessaria alla violenza diffusa delle gang e al radicamento delle pratiche di estorsione. I numeri ufficiali sembrano confortanti: nel 2024 il tasso di omicidi è sceso al minimo storico di 26,8 per 100mila abitanti. Tuttavia la stessa Università Nazionale ha avvertito che la riduzione non può essere attribuita unicamente al regime d’emergenza, poiché trend simili si registrano anche in aree non soggette a tali misure.

Dietro la facciata dei dati emerge un Paese ancora in preda alla violenza, con oltre 9.500 omicidi tra il 2022 e il 2024 e più di 6mila avvenuti durante lo stato di emergenza stesso. Le estorsioni, cuore dell’economia criminale, continuano a colpire soprattutto le piccole imprese, molte delle quali hanno chiuso per l’impossibilità di resistere alle pressioni.

La misura eccezionale ha introdotto arresti senza mandato e la presenza della Polizia Militare nelle strade. Secondo il rapporto di Cristosal, il risultato non è stato più sicurezza, ma un clima di paura, stigmatizzazione e abusi. Giovani fermati per l’abbigliamento, famiglie umiliate con violenze pubbliche, bambini testimoni di pestaggi destinati a segnare generazioni.

La militarizzazione, anziché rassicurare, ha eroso la fiducia nelle istituzioni e alimentato una spirale di risentimento sociale. L’avvocata Brenda Zuniga ha riportato il caso di un bambino che, assistendo al pestaggio della madre, ha espresso il desiderio di vendicarsi da adulto contro la polizia. È il segno di un trauma che rischia di trasformarsi in un ciclo di violenza intergenerazionale.

Le cifre raccolte dal Commissario nazionale parlano chiaro: quasi mille denunce di abusi di polizia in due anni e mezzo, con accuse di torture e sparizioni forzate. L’ONU ha espresso preoccupazione per l’uso eccessivo della forza e per la mancanza di protocolli nelle carceri, dove la gestione militare rischia di aggravare il sovraffollamento e la violenza interna.

Si ripete qui il dilemma delle politiche securitarie: i governi presentano i dati sugli omicidi come prova di successo, ma non considerano il prezzo pagato in termini di diritti fondamentali e di erosione della democrazia.

La militarizzazione arriva in un anno decisivo: novembre vedrà le elezioni generali. Cristosal avverte che già le fasi preliminari si sono svolte sotto pesante sorveglianza militare, riducendo la fiducia dei cittadini e minacciando la trasparenza del processo democratico. L’ombra di un voto condizionato dalle forze armate pesa dunque sulla legittimità stessa delle istituzioni.

Il paragone con El Salvador è inevitabile. Anche lì, il presidente Bukele ha ridotto gli omicidi grazie a un regime d’eccezione, ma al prezzo di accuse massicce di arresti arbitrari e violazioni sistematiche. Honduras sembra seguire lo stesso percorso: la sicurezza immediata in cambio della compressione dei diritti e della normalizzazione della repressione.

L’Honduras si trova davanti a una scelta cruciale. Continuare a inseguire una stabilità basata sulla militarizzazione rischia di trasformare lo stato d’emergenza in normalità, erodendo le basi democratiche e alimentando nuove forme di violenza sociale. Il calo statistico degli omicidi, pur importante, non può oscurare il costo umano e politico di una strategia che minaccia di lasciare ferite profonde e difficilmente rimarginabili.