di Giuseppe Gagliano

A distanza di un mese dalle elezioni, Nasry Asfura è stato proclamato presidente eletto dell’Honduras, cosa che chiude formalmente una delle tornate elettorali più controverse della storia recente del Paese, per quanto rimangano non dissolte le ambiguità politiche. Il riconteggio speciale condotto dal Consiglio elettorale nazionale ha certificato un margine minimo di vittoria, sufficiente a legittimare il risultato sul piano giuridico, ma troppo stretto per ricomporre una società già profondamente polarizzata.

Il dato politico centrale non è tanto la percentuale finale, quanto il contesto: settimane di incertezza, sospetti di manipolazione informatica, blocchi nella trasmissione dei risultati e il riemergere di fantasmi mai del tutto sepolti, a partire dalla crisi elettorale del 2017. In Honduras, il voto resta un atto fragile, continuamente esposto alla sfiducia popolare e alla pressione delle élite.

La sconfitta del partito Libertà e Rifondazione segna la fine del ciclo avviato da Xiomara Castro, eletto nel 2021 con la promessa di rompere con il passato segnato da corruzione e violenza. Quel progetto non ha prodotto i cambiamenti strutturali annunciati. Sicurezza, istituzioni e controllo del territorio sono rimasti nodi irrisolti, lasciando spazio al ritorno di una forza politica tradizionale, organizzata e radicata come il Partito Nazionale.

Asfura incarna proprio questa continuità: amministratore pragmatico, uomo d’apparato, espressione di un sistema politico che privilegia stabilità e controllo rispetto a riforme profonde. Il suo successo non nasce da un’ondata di consenso, ma dalla capacità di mobilitare reti locali e capitalizzare la delusione verso l’alternativa riformista.

Sul piano geopolitico, la vicenda honduregna conferma il peso decisivo degli attori esterni nelle dinamiche interne dell’America Centrale. Il sostegno politico espresso da Donald Trump ad Asfura, sebbene privo di valore formale, ha avuto un impatto simbolico rilevante, rafforzando l’idea di una continuità strategica nei rapporti con Washington su dossier cruciali come migrazione, sicurezza e cooperazione regionale.

Non a caso, dopo la proclamazione, il Dipartimento di Stato ha rapidamente escluso l’esistenza di elementi sufficienti per invalidare il voto. È un segnale chiaro: per gli Stati Uniti, la priorità resta la stabilità, anche a costo di accettare un processo elettorale imperfetto purché produca un interlocutore affidabile.

Il riconoscimento arrivato da otto Paesi latinoamericani e dall’Unione Europea completa il quadro. Non si tratta solo di congratulazioni di rito, ma di una scelta politica: archiviare la fase di contestazione e aprire rapidamente un canale di lavoro con la nuova amministrazione. Migrazione, commercio, sicurezza e rafforzamento istituzionale sono i temi indicati, tutti coerenti con un’agenda regionale che privilegia la gestione delle emergenze rispetto alla trasformazione dei sistemi politici.

In questo senso, la legittimazione internazionale funge da scudo: riduce lo spazio di manovra dell’opposizione, isola le accuse di brogli e rafforza la posizione del presidente eletto prima ancora del suo insediamento.

L’Honduras esce dalle elezioni con un presidente eletto, ma non con una democrazia più solida. Il voto ha ristabilito un ordine politico, non ha ricostruito la fiducia nelle istituzioni. Asfura eredita un Paese stanco, segnato da disuguaglianze, migrazione di massa e violenza cronica. La sua vera sfida non sarà governare, ma dimostrare che la stabilità promessa non è soltanto il ritorno a un equilibrio antico, capace di sopravvivere alle crisi senza mai risolverle.