di Giuseppe Gagliano

Le elezioni presidenziali honduregne del 30 novembre si stanno trasformando in un caso politico che supera i confini nazionali. A quattro giorni dal voto il Paese non ha ancora un vincitore ufficiale. Il Consiglio Elettorale Nazionale continua a sospendere la trasmissione dei dati e ogni blackout informatico alimenta sospetti, tensioni e accuse di manipolazione. In un Honduras segnato da anni di crisi istituzionale, violenza e influenze esterne, la trasparenza del processo elettorale non è solo un requisito tecnico: è una condizione di stabilità.

In questa atmosfera surriscaldata, Nasry “Tito” Asfura, candidato del Partito Nazionale e apertamente sostenuto dal presidente statunitense, Donald Trump, ha superato il liberale Salvador Nasralla per poche migliaia di voti. Un margine troppo risicato per chiudere qualunque contesa. Troppo grande, però, per non sembrare sospetto a un’opinione pubblica abituata agli intrecci tra politica, potere economico e interessi esterni.

La piattaforma del CNE, invece di rafforzare la fiducia, è diventata un simbolo di fragilità istituzionale. Schermate bloccate, caricamenti interrotti, sincronizzazioni mancate e sospensioni improvvise mostrano un sistema vulnerabile e, probabilmente, impreparato a gestire un voto così polarizzato. La denuncia della consigliera Cossette Lopez-Osorio, che ha definito l’interruzione “gravissima”, mette in luce un punto decisivo: la mancanza di supervisione esterna e la dipendenza da aziende private incaricate della digitalizzazione.

Il risultato è un Paese paralizzato dal sospetto. Nasralla invoca calma e chiede riconteggi speciali nelle zone rurali, dove irregolarità e incongruenze appaiono più frequenti. Nel frattempo, soldati trasportano urne a mano dai villaggi montuosi all’aeroporto di Tegucigalpa, un’immagine che ricorda quanto l’infrastruttura elettorale honduregna sia ancora legata a procedure del passato.

Il contesto internazionale pesa come un macigno. La figura di Asfura è favorita da Washington, mentre la sinistra, rappresentata da Rixi Moncada, appare indebolita. L’Honduras resta un Paese strategico nello scacchiere centroamericano: crocevia dei traffici di droga verso il Nordamerica, terreno di competizione tra Stati Uniti, attori regionali e nuove potenze interessate alle rotte migratorie e alle risorse naturali.

A questo si aggiunge un elemento destabilizzante: la presenza ingombrante dell’ex presidente Juan Orlando Hernández, graziato da Trump dopo una condanna per narcotraffico. La possibilità che non torni nel Paese per timore di ritorsioni trasforma la campagna elettorale in un romanzo politico dove il confine tra potere, giustizia e criminalità è sempre più labile.

La società civile denuncia l’incapacità del CNE di garantire un processo credibile. Le organizzazioni internazionali chiedono trasparenza e un ripristino immediato della piattaforma elettronica. Ma la verità è che l’instabilità honduregna non nasce oggi. È il frutto di anni di istituzioni deboli, di pressioni politiche, di ingerenze esterne e di un’economia dipendente dalle rimesse e segnata da profonde disuguaglianze regionali.

Il testa a testa tra Asfura e Nasralla è solo la superficie. Sotto c’è un Paese che vive da anni in uno stato di competizione permanente: tra élite politiche, tra gruppi economici, tra interessi criminali e tra gli stessi attori internazionali che considerano l’Honduras un tassello essenziale nel controllo del flusso migratorio e delle rotte del narcotraffico.

Il risultato finale richiederà giorni. Ma qualunque esso sia, l’Honduras esce da queste elezioni più fragile. Con un margine di poche migliaia di voti, un sistema informatico traballante e una geopolitica che soffia dentro le urne, la vera sfida non è scegliere un presidente. È ricostruire la fiducia. Senza di essa, nessun governo avrà la forza di affrontare le crisi che si accumulano all’orizzonte.