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Pechino mette le mani avanti e lancia un altolà al mini-parlamento di Hong Kong, dopo che le elezioni del 4 settembre hanno portato ad accrescere il gruppo “Pro democrazia” e di conseguenza il potere di veto nell’organismo locale sulle decisioni del governo centrale: “L’indipendenza – ha comunicato Pechino – è contraria alla Costituzione nonché alle leggi di Hong Kong”.
Nel 2014 ad Hong Kong vi è stata la “protesta degli ombrelli” contro la legge che individua i candidati governatori in una lista di persone stilata dal governo centrale di Pechino, ed uno dei leader dei blocchi durati mesi, il giovane Nathan Law, è oggi membro del mini-parlamento.
Solo la metà dei 70 seggi è stata eletta a suffragio universale, mentre i restanti sono stati individuati in base ad una sorta di sistema corporativo, cioè di parti del settore produttivo allineate con la politica cinese. Tuttavia “Pro-democrazia” contava di incarnare un’opposizione forte, in grado di porre il veto alle decisioni illiberali del Partito comunista, e a quanto pare c’è riuscita.
Nella sua nota il governo centrale ha ribadito che “Sosteniamo fermamente il governo speciale di Hong Kong sulla definizione di sanzioni in linea con le norme”.
Ieri ad Hong Kong è arrivato il premier canadese Justin Trudeau per vedere il capo dell’esecutivo di Hong Kong, Leung Chun-ying e discutere di investimenti e partnership commerciali.
Trudeau arrivava da Pechino, dove ha firmato 56 contratti per un valore di 833 milioni di euro. Il volume di scambi tra i due paesi (la Cina è il secondo partner commerciale del Canada) è stato nel 2015 di 58,4 miliardi.
Divenuta colonia britannica dopo la Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842), Hong Kong si espanse nel 1898 fino a comprendere il perimetro della penisola di Kowloon. In base ai trattati sarebbe rimasta britannica per 99 anni, com’è stato.
Amministrata come provincia speciale, è sede di uno dei principali centri finanziari internazionali. Conta 7 mln di abitanti.

