di Giuseppe Gagliano –
Lo Stretto di Hormuz torna al centro della tensione tra Stati Uniti e Iran dopo le dure dichiarazioni di Donald Trump contro l’Oman, accusato di poter favorire un’intesa con Teheran sul controllo del traffico marittimo nel Golfo Persico. Per Washington, qualsiasi tentativo di trasformare Hormuz in uno strumento di pressione geopolitica rappresenta una linea rossa strategica.
Attraverso Hormuz transita una quota decisiva del petrolio mondiale e il controllo, anche indiretto, dello Stretto incide sulla sicurezza energetica globale, sui mercati internazionali e sulla presenza militare americana nel Golfo. Per questo la Casa Bianca considera inaccettabile che Iran e Oman possano discutere forme coordinate di gestione del passaggio navale.
Trump ha minacciato conseguenze contro Muscat nel caso in cui il sultanato dovesse collaborare con Teheran su tariffe, servizi o altri strumenti legati al traffico marittimo nello Stretto. Dietro il linguaggio aggressivo emerge una posizione chiara: gli Stati Uniti non intendono consentire a nessun attore regionale di utilizzare Hormuz come leva economica o politica.
La tensione sorprende perché l’Oman è storicamente uno dei partner più affidabili di Washington nel Golfo. Gli Stati Uniti utilizzano porti e basi omanite per le proprie operazioni militari nella regione e Muscat mantiene da anni solidi rapporti economici e strategici con l’Occidente. Allo stesso tempo, però, l’Oman ha sempre coltivato un ruolo autonomo di mediatore regionale, mantenendo aperti i canali diplomatici con l’Iran.
Proprio questa posizione intermedia rende oggi Muscat un interlocutore delicato. Negli ultimi mesi l’Oman ha ospitato colloqui indiretti tra emissari americani e iraniani sul dossier nucleare. Secondo indiscrezioni emerse sulla stampa internazionale, Teheran e Muscat starebbero inoltre discutendo sistemi di tariffe o servizi legati al passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.
Dal punto di vista tecnico non si tratterebbe necessariamente di un pedaggio diretto sul transito marittimo, ma di servizi logistici, portuali o di sicurezza. Politicamente, però, anche una misura amministrativa rischia di essere interpretata come un tentativo di creare una forma di controllo condiviso su una delle rotte energetiche più sensibili del pianeta.
Per l’Iran, Hormuz rappresenta da sempre una leva strategica contro le pressioni occidentali. Teheran considera il controllo geografico dello Stretto una compensazione rispetto alle sanzioni economiche e alla presenza militare americana nella regione. Gli Stati Uniti, invece, vedono nella libertà di navigazione il principio fondamentale dell’ordine energetico globale costruito nel Golfo.
Dal punto di vista militare, Hormuz resta uno degli scenari più delicati del mondo. Lo Stretto è stretto, facilmente vulnerabile e costantemente monitorato. Missili antinave, droni, mine navali e motoscafi veloci iraniani rendono qualsiasi escalation potenzialmente pericolosa per il traffico internazionale.
Un eventuale confronto attorno a Hormuz avrebbe conseguenze immediate sui mercati energetici. Anche senza una chiusura effettiva dello Stretto, basterebbero tensioni militari o incidenti navali per far aumentare i prezzi del petrolio e i costi assicurativi marittimi. Cina, India, Giappone e Corea del Sud osservano con particolare attenzione la situazione, poiché dipendono fortemente dalle forniture energetiche provenienti dal Golfo.
La questione si intreccia inoltre con il più ampio progetto americano di consolidare un nuovo equilibrio regionale basato sugli Accordi di Abramo e sulla normalizzazione tra Israele e alcune monarchie arabe. Washington punta a rafforzare un sistema di sicurezza mediorientale capace di contenere l’Iran e mantenere stabile il controllo delle rotte energetiche.
Per Muscat la situazione diventa sempre più difficile. L’Oman cerca di preservare il proprio ruolo di mediatore senza rompere né con Washington né con Teheran. Ma la crescente polarizzazione regionale riduce progressivamente gli spazi di neutralità.
La crisi dimostra ancora una volta quanto la geografia continui a determinare gli equilibri strategici globali. Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo: è uno dei punti dove energia, commercio, diplomazia e forza militare si incontrano. Ed è proprio per questo che nessuna grande potenza è disposta a lasciarne il controllo agli avversari.




