di C. Alessandro Mauceri –

Nelle ultime ore Trump e l’Iran sono tornati a parlare di chi controlla lo Stretto di Hormuz, fornendo dati molto diversi tra loro e, in entrambi i casi, poco affidabili: i dati di Trump sono smentiti da diverse fonti ufficiali mentre quelli forniti dall’Iran non sarebbero verificabili visto che alcune navi hanno spento i proprio trasponder, i localizzatori GPS che permettono di tracciarne i movimenti.

L’attuale crisi è il risultato di una serie di eventi che hanno modificato profondamente gli equilibri della regione. La svolta è arrivata con gli attacchi militari condotti da Israele contro obiettivi iraniani, ai quali sono seguiti quelli degli Stati Uniti contro infrastrutture legate al programma nucleare di Teheran. La giustificazione ufficiale è stata impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Eppure, fino ad oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), pur denunciando irregolarità e chiedendo maggiore trasparenza da parte di Teheran, non ha accertato l’esistenza di un programma attivo finalizzato alla costruzione di ordigni nucleari. Affermare che esistono dubbi, attività da verificare e obblighi di cooperazione non pienamente rispettati non vuol dire che è stata dimostrata l’esistenza di un programma militare nucleare.

Da mesi ormai questo stretto passaggio commerciale è oggetto di dispute diplomatiche e militari. Una situazione che richiede, però, un approfondimento. Lo Stretto di Hormuz (come altri siti analoghi: si pensi a ciò che è avvenuto nel Canale di Suez qualche anno fa) è un punto strategico per gli scambi internazionali. In poche decine di chilometri di mare passa una quota rilevante del petrolio e del gas destinati ai mercati mondiali. E le tensioni in quest’area si traducono inevitabilmente in un aumento dei costi dei trasporti, assicurazioni marittime e, di conseguenza, dei prezzi dell’energia e delle merci.

Nonostante le numerose crisi che hanno interessato il Golfo Persico negli ultimi quarant’anni, la navigazione è sempre rimasta aperta. Oggi lo scenario appare profondamente diverso. Il transito nello Stretto di Hormuz è oggetto di restrizioni e costi aggiuntivi con ricadute non soltanto sui Paesi coinvolti direttamente nel conflitto, ma sull’intera economia mondiale. E nessuno sa cosa avverrà nei prossimi anni. L’aumento del costo del passaggio in uno dei principali snodi marittimi del pianeta, causa inevitabilmente un aumento anche dei costi dei trasporti, dei premi assicurativi, delle materie prime e, in ultima analisi, dei beni destinati ai consumatori.

In tutto questo in pochi si sono presi la briga di leggere con attenzione cosa dice davvero il diritto marittimo internazionale. Il principale riferimento giuridico internazionale è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), firmata a Montego Bay nel 1982. Secondo questa convenzione, il limite delle acque territoriali si estende fino a 12 miglia nautiche dalla costa. Qui, uno Stato esercita la propria sovranità, pur dovendo garantire alle navi straniere il diritto di passaggio inoffensivo. La striscia di mare tra le 12 e le 24 miglia nautiche è definita zona contigua: in essa, lo Stato può svolgere controlli limitati alla tutela delle proprie norme doganali, fiscali, sanitarie e sull’immigrazione. La zona fino alle 200 miglia nautiche è definita la Zona Economica Esclusiva: in essa lo Stato costiero possiede diritti esclusivi sullo sfruttamento delle risorse naturali, pur essendo consentita la libertà della navigazione internazionale. La larghezza totale dello Stretto di Hormuz nella parte più… stretta, varia tra 30 e 33 km, circa 21 miglia nautiche. Qui sono stati definiti due i canali, larghi circa 3 km ciascuno, separati da un buffer di circa 3 km per regolare il traffico marittimo e ridurre il rischio di collisioni. L’area di competenza è dei due Paesi che si affacciano sullo stretto: Oman e Iran. Ebbene, l’Oman ha ratificato la Convenzione di Montego Bay. L’Iran l’ha firmata ma non l’avrebbe ancora ratificata. Ad ogni modo gli stretti utilizzati per la navigazione internazionale, come quello di Hormuz, sono disciplinati anche dal principio del passaggio in transito, introdotto proprio per impedire che uno Stato possa interrompere arbitrariamente una delle principali vie marittime del commercio mondiale.

Elemento importante e spesso ignorato, anche gli Stati Uniti d’America, pur richiamando frequentemente i principi della Convenzione di Montego Bay per giustificare i propri attacchi armati e per rivendicazioni marittime su questo lembo di mare, non hanno mai ratificato la Convenzione di Montego Bay. Durante i negoziati, chiesero e ottennero numerose modifiche al testo originario, soprattutto riguardo al regime di sfruttamento dei fondali oceanici: chiaro l’interesse per effettuare trivellazioni dove volevano. Ma il Senato americano non ha mai approvato la legge. Ciò nonostante, gli USA sostengono che gran parte delle norme della Convenzione sono ormai entrate a far parte del diritto internazionale consuetudinario e quindi sono vincolanti anche per gli Stati non aderenti.

Fino a che punto uno Stato può pretendere ad altri di rispettare un trattato internazionale che hanno scelto di non ratificare? Sì tratta di un aspetto tutt’altro che secondario. Riguarda anche la non proliferazione delle armi atomiche. Di nuovo gli USA non hanno rinnovato il proprio impegno: il TNP è scaduto a febbraio 2026 e non è stato rinnovato. Inoltre non hanno mai firmato il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari o TPNW, adottato dalle Nazioni Unite il 7 luglio 2017 ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Ciò nonostante, pretendono da un altro Stato di non dotarsi di armi che loro posseggono a migliaia.

Quanto avviene nello Stretto di Hormuz è emblematico. E non riguarda soltanto il Medio Oriente ma tutto il modo in cui viene gestito oggi l’intero sistema del diritto internazionale. Molte voltele regole vengono invocate nei confronti degli altri, ma poi ci si dimentica di rispettarle. Col rischio di trasformare il diritto internazionale in uno strumento politico.