di C. Alessandro Mauceri –
Quando si riuniscono i rappresentanti dei paesi che fanno parte del G8 o del G20, i media dedicano pagine e pagine all’evento. Quando, invece, si riuniscono i rappresentanti dei paesi del G77, nessuno ne parla. Anzi, a dire il vero, sembra che nessuno sappia neanche che esiste un “G77”. Eppure questo ente, che è parte delle Nazioni Unite, è attivo da molti, moltissimi anni, dal 1964.
La ragione che fino ad ora ha giustificato la scarsa attenzione dei media è il peso economico ridotto di queste nazioni. Una situazione che negli ultimi decenni è tuttavia cambiata radicalmente: fino a non molti anni fa (1982-1987), i paesi “avanzati” o “industrializzati” erano responsabili del 69 per cento del Pil mondiale, mentre i cosiddetti “Paesi in via di sviluppo” o “emergenti” ne producevano il 31 per cento. Nel periodo 1992-1997, il Pil dei due gruppi ha raggiunto una sorta di pareggio (54 per cento del Pil mondiale prodotto dai Paesi avanzati, 46 per cento dai Paesi emergenti). Tra il 2002 e il 2007 è avvenuto il sorpasso: i paesi emergenti hanno prodotto il doppio del Pil realizzato dai paesi maggiormente industrializzati. Un trend che continua a crescere: secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, nel 2017 le economie dei paesi meno industrializzati o in via di sviluppo produrranno il 74% del prodotto interno lordo mondiale.
In questo nuovo scenario economico molti paesi che, fino ad ora, non sono stati considerati “importanti” per l’economia del pianeta potrebbero assumere un peso ben diverso grazie alle risorse di cui sono ricchi.
Del G77 fanno parte 130 nazioni in via di sviluppo (originariamente erano 77, da cui il nome) che hanno sottoscritto la “Dichiarazione unitaria dei 77 stati”, alla prima sessione della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo e il Commercio (Unctad) svoltasi a Ginevra oltre mezzo secolo fa. Da allora, con cadenza quasi annuale, i paesi si sono incontrati, e l’ultimo incontro ha avuto luogo un anno fa a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia. A riprova della maggiore importanza assunta dal G77, ad aprire l’ultimo summit è stato lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, il quale ha detto: che “I nuovi obiettivi di sviluppo devono bilanciare i bisogni delle persone e del pianeta”, sollecitando i capi di stato presenti e i rappresentanti provenienti da oltre 130 paesi ad agire contro i cambiamenti climatici e l’uso non sostenibile delle risorse naturali.
Alla riunione di Santa Cruz del G77 (la prossima sarà a Malabo, in Guinea Euquatoriale) hanno partecipato nazioni come la Cina, il cui peso sull’economia globale è assolutamente rilevante. Pechino è stata rappresentata da Chen Zhu, vice presidente del Congresso Nazionale del Popolo della Cina, che ha incontrato alcuni capi di Stato e ha promesso prestiti di decine di milioni di dollari per modernizzare diversi paesi.
Pesanti i giudizi di molti dei partecipanti al summit nei confronti dei paesi industrializzati. A cominciare dal presidente cubano Raul Castro: “E’ necessario richiedere un nuovo ordine internazionale finanziario e monetario ed eque condizioni commerciali per i produttori e gli importatori vessati dai guardiani del capitale, centrati sul Fondo monetario internazionale e sulla Banca mondiale e dai difensori del neoliberismo raggruppati nell’Organizzazione mondiale del commercio, che stanno cercando di dividerci. I principi del diritto internazionale sono sfacciatamente violati, cercano di legalizzare l’ingerenza imposta, utilizzano le minacce e la forza con impunità, i media sono utilizzati per promuovere la divisione. Solo l’unità ci permetterà di far prevalere la nostra ampia maggioranza”.
A fargli eco il presidente dell’Ecuador Rafael Correa che ha definito l’attuale sistema economico mondiale moralmente sbagliato. “Solo quando saremo uniti in tutta l’America Latina e uniti in tutto il mondo, saremo in grado di fare sentire la nostra voce e cambiare un ordine internazionale che non è solo ingiusto, è immorale”, ha dichiarato Correa.
Il passaggio da un’economia gestita o controllata da un numero limitato di paesi ad un mondo in cui sono in molti a voler dire la propria è un evento storico: per decenni, la maggior parte delle decisioni importanti a livello globale sono state prese sulla base degli interessi di un numero ristretto di nazioni, quelle maggiormente industrializzate. Grazie a ciò le economie dei primi venti paesi industrializzati sono diventate sempre più ricche (a scapito delle altre nazioni). Da qualche anno questo processo si è invertito: la crisi economica del sistema basato sullo sfruttamento delle risorse (animali, minerali e vegetali) dei paesi più deboli è finita nello stesso momento in cui alcuni paesi “in via di sviluppo”, come India e Cina, hanno deciso di divenire attori principali del processo decisionale.
Proprio per questo ha assunto un rilievo particolare il fatto che la Cina, pur non essendo membro del G77, vi ha preso parte motivando la propria presenza con i crescenti legami commerciali con la maggior parte dei paesi convenuti: negli ultimi anni la Cina è diventata il principale partner commerciale di molti di questi paesi grazie ai massicci acquisti di materie prime e all’esportazione dei suoi manufatti.
Forse non è un caso se, all’incontro dei paesi americani a Panama, il presidente statunitense Barack Obama ha detto ai leader latinoamericani che i giorni dell’ingerenza statunitense nelle questioni della regione “sono finiti”.

