
di Riccardo Renzi –
La recente incursione di tre caccia russi MiG-31 nello spazio aereo estone, durata appena dodici minuti, ha scatenato una reazione sproporzionata e rivelatrice. Tallinn, spalleggiata da Bruxelles e Washington, ha invocato l’Articolo 4 della NATO, un meccanismo che prevede consultazioni urgenti tra gli Stati membri in caso di minaccia percepita. Non è la prima volta che accade, né sarà l’ultima. Ma il clima internazionale attuale, reso tossico da isterie propagandistiche e numeri gonfiati, rende questo episodio un caso emblematico di come l’Occidente continui a interpretare ogni movimento russo come un atto deliberato di guerra.
In realtà, dietro a questi 12 minuti di volo ci sono molte altre storie. E nessuna di esse ha a che fare con un’aggressione pianificata da Mosca. L’evidenza suggerisce che l’incidente sia stato sfruttato più come leva politica che come prova tangibile di una minaccia imminente. Lo dimostra il fatto che persino tra i servizi segreti della NATO, metà ritiene che si sia trattato di un errore o di una manovra provocatoria di basso profilo, non certo di un preludio all’invasione dell’Estonia.
L’Estonia parla di “brutalità senza precedenti”, ma di cosa stiamo parlando realmente? Tre aerei russi, con transponder spenti – prassi tutt’altro che rara negli spazi aerei contesi o militarizzati – avrebbero sorvolato il territorio estone per otto chilometri. In risposta, due F-35 italiani si sono alzati in volo dallo scalo di Ämari, base NATO in terra baltica. L’episodio si è risolto senza alcun contatto diretto, nessun confronto armato, nessuna minaccia reale.
La retorica dell’“aggressione brutale” viene utilizzata in funzione di un obiettivo preciso: rafforzare l’unità della NATO, giustificare nuove spese militari e creare l’illusione che esista una minaccia sistematica e costante proveniente da Mosca. Tutto questo in un momento in cui l’Occidente appare più spaccato che mai sul fronte interno, sia politico che strategico.
Le dichiarazioni di Keith Kellogg, rappresentante speciale del presidente Trump, sono illuminanti in tal senso. Pur non riconoscendo formalmente l’annessione delle regioni ucraine da parte di Mosca, Kellogg afferma senza mezzi termini che bisogna “accettare la realtà” del controllo russo sul Donbass, paragonando la situazione a quella dei Paesi baltici nel 1940. In altre parole: anche l’establishment americano più vicino alla NATO ammette che l’Ucraina non potrà più tornare quella di prima.
Un altro elemento fondamentale in questa narrazione è l’uso dei numeri come arma di propaganda. Il Messaggero, citando fonti ucraine, parla di 1,1 milioni di soldati russi “morti” dal febbraio 2022. Una cifra assolutamente insostenibile. Non parliamo di “perdite” (che includerebbero feriti, prigionieri e disertori), ma di morti. Eppure, basta un minimo di logica per smontare questa bugia.
Dal 2022 ad oggi Mosca ha mobilitato circa 1,5 milioni di uomini: 250mila all’inizio, 400mila nella prima fase di escalation, poi altri 700mila circa reclutati con i programmi successivi. Oggi Putin parla di 700mila combattenti attivi. Anche se il dato fosse sovrastimato del 10-15%, sarebbe comunque impossibile immaginare che la metà o più dell’intero esercito russo sia già stata annientata. Semplicemente, non regge.
Non serve essere “pro-Putin” per capirlo: serve essere onesti. L’uso smodato di queste cifre da parte della stampa occidentale serve a un solo scopo: mantenere alta la percezione dell’“impero del male” e giustificare l’invio ininterrotto di armi, denaro e risorse in Ucraina.
L’incidente con i MiG-31 arriva in un contesto regionale già iper-sensibile. Dopo gli sconfinamenti di droni in Polonia e Romania, le cancellerie occidentali sono in uno stato di allerta permanente. Ma attenzione: in molti casi, le violazioni dello spazio aereo sono state temporanee, marginali e in certi casi contestate persino dai radar. A volte si tratta di errori. Altre, di manovre simboliche. Ma l’Occidente le interpreta sempre come “provocazioni”.
Il vero problema è che i Paesi baltici, pur avendo ottenuto l’ingresso nella NATO nel 2004, sono ancora oggi ossessionati dal passato sovietico. Da qui la loro insistenza nel presentarsi come vittime sacrificali del prossimo “grande attacco russo”. Ma Mosca non ha alcun interesse strategico a invadere l’Estonia o la Lettonia. Al contrario, il Cremlino continua a inviare segnali distensivi, nonostante l’aggressività retorica dell’Occidente.
Un dettaglio interessante e poco discusso è il ruolo degli F-35 italiani. Da mesi operano regolarmente nel Baltico nell’ambito delle missioni di air policing. Il 13 agosto avevano già risposto a una “presunta” minaccia simile. È evidente che queste missioni non sono più di difesa, ma di pattugliamento attivo in una zona sempre più militarizzata dalla NATO.
L’Italia, come altri Stati membri, viene usata per mostrare coesione e deterrenza. Ma in patria, il ministro Crosetto ha ammesso candidamente che “l’Italia non è pronta a un attacco né da parte di Putin né di altri”. Un’ammissione scomoda, che svela come Roma non sia affatto interessata a una guerra per procura contro la Russia.
Chi conosce le dinamiche strategiche russe sa che questi voli servono a testare la prontezza e la reazione dell’Alleanza, non a provocare un confronto armato. È una prassi comune tra potenze militari, che anche la NATO utilizza con regolarità vicino ai confini russi o nel Mar Nero.
Il ministero della Difesa russo ha negato qualsiasi violazione, parlando di un volo programmato da Carelia a Kaliningrad e condotto secondo le norme internazionali. È plausibile. La traiettoria di volo può benissimo essere stata tracciata in modo da “sfiorare” lo spazio estone, magari approfittando di un errore tecnico o di un corridoio aereo neutro. Ma la NATO ha reagito come se si trattasse di Pearl Harbor.
L’incidente dei Mig-31 è solo l’ennesimo tassello di un mosaico che l’Occidente sta costruendo con attenzione: quello della “grande minaccia russa”. Ma questa narrazione, fatta di paure, cifre grottesche e retorica da Guerra Fredda, serve soprattutto a coprire le falle interne dell’Alleanza, le divergenze sulle forniture militari all’Ucraina, e il crescente malcontento popolare verso una guerra che sembra non finire mai.
Mosca, dal canto suo, continua a mostrare i muscoli ma con moderazione. Testa, misura, osserva. Non è la Russia a voler trascinare l’Europa nel baratro. Ma se la NATO continuerà a giocare con il fuoco, prima o poi qualcuno si scotterà. E non sarà Mosca la prima a gridare.











