di C. Alessandro Mauceri –
Nonostante l’attenzione dei media si sia rivolta negli ultimi giorni alle elezioni regionali, non si sono fermai gli sbarchi, con migliaia di persone giunte in Sicilia in poche ore; purtroppo ci sono da registrare migranti deceduti nella traversata.
Ormai non si fa più caso neanche ai “numeri” dei migranti. E ai documenti nazionali ed internazionali che su questi numeri giocano.
Numeri come quelli pronunciati dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che poco prima della riunione del G7 di Dublino ha detto che “Se l’Italia vuole mantenere il suo dinamismo economico ha bisogno dei migranti”. Una convinzione ribadita in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dell’ingresso dell’Irlanda nelle Nazioni Unite: “L’Europa deve riconoscerne un altro: il suo deficit nella forza lavoro. Bassa crescita demografica e una transizione demografica ad un continente di vecchi. Se vuole mantenere il suo dinamismo, l’Europa ha bisogno di migranti. L’Europa invecchia, se vuole mantenere il suo dinamismo, ha bisogno di migranti”.
Inspiegabilmente, nessuno ha commentato il documento diffuso da Wikileaks sulla decisione di un intervento armato dell’UE in Libia per fermare o ridurre il flusso dei migranti, allo stesso modo neanche un giornale ha fatto caso ad un altro numero. Quello per la loro “ripartizione” nei vari paesi dell’UE.
La Commissione europea ha parlato di ridistribuzione obbligatoria intra-Ue di 40mila eritrei e siriani richiedenti-asilo (24mila dall’Italia e 16mila dalla Grecia). Il tutto da spartire in due anni. Diverse le opinioni e i pareri dei vari capi di stato alla proposta di Junker. Una decina di Paesi, come la Gran Bretagna (che con Irlanda e Danimarca gode di una clausola di eccezione), la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, hanno già detto chiaramente di non essere disposti ad accogliere nessun migrante. Altri, invece, hanno espresso perplessità e posto condizioni, come Francia e Spagna. La misura è stata accolta con piacere dal capo della Farnesina Paolo Gentiloni.
Nessuno, però, ha pensato che questa misura è praticamente inutile per fermare il flusso dei migranti o anche solo per attenuare i suoi effetti sull’Italia: lo scorso anno in Europa sono arrivati oltre 230.000 migranti (e la situazione sta nettamente peggiorando nel 2015). Di questi circa 50.000 attraverso al cosiddetta “via orientale” ovvero i paesi come la Turchia la Grecia e la Bulgaria. Una minima parte (poco più di 7mila) attraverso la “via occidentale”, ovvero attraverso la Spagna. Tutti gli altri, oltre 170mila arrivano in Italia, attraverso la cosiddetta “via centrale”. Dati peraltro che mostrano un trend crescente notevole.
Questo significa, stando ai numeri, che la soluzione proposta dall’UE non è che un “contentino” per mettere a tacere i media. Dei 170mila migranti che sbarcano sulle coste della Sicilia (altro che lo sbarco dei mille), solo il 7% per cento (e per di più selezionato e scelto e riguardante solo i richiedenti asilo) potrà essere trasferiti negli altri paesi dell’UE secondo le quote prestabilite. Tutti gli altri, ovvero quasi 160mila persone ogni anno, continueranno a rimanere in Italia.
Gente che, con il bene placet del segretario delle Nazioni Unite, finirà per foraggiare il mondo del lavoro nero o per girare nel racket della prostituzione. Come hanno confermato i dati resi noti dalla comunità Papa Giovanni XXIII: oggi, in Italia, ci sono circa 120mila prostitute e la maggioranza di queste sono straniere provenienti dal Niger o dall’Est Europa.
Numeri, quelli dei migranti, che rimangono in Italia, rilevanti anche sotto un altro punto di vista. Il 18 maggio a Venezia si è svolto un convegno dal titolo “Malattie croniche e migranti in Italia”. Dai dati diffusi è emerso che, se da un lato non ci sono giustificati motivi di allarmismi (dopo i casi di Ebola di alcuni mesi fa), per contro, i casi di alcune patologie o di malattie croniche non trasmissibili mostrano valori maggiori rispetto a quelli della popolazione italiana.
Problemi sociali, economici e sanitari che hanno già un peso rilevante sull’economia del Bel Paese. Problemi causati da numeri di cui né Junker né Ban Ki-moon hanno pubblicamente parlato.

