di Enrico Oliari –

Un giornalista freelance statunitense, il 40enne James Foley, di Boston ma rapito in Siria, è stato decapitato dagli jihadisti dell’Isil, il gruppo legato ad al-Qaeda che controlla parte dell’Iraq e della Siria, dove è attivo nella lotta contro Bashar al-Assad.

L’esecuzione è stata filmata e diffusa su internet in un video intitolato “Messaggio all’America” e nelle immagini si vede un altro giornalista, Steven Joel Sotloff, sempre statunitense e rapito dai miliziani in Siria: il terrorista, indicandolo, si rivolge al presidente degli Stati Uniti dicendo “La vita di questo cittadino americano, Obama, dipende dalle tue prossime decisioni!”. Sotto scorre la scritta “Obama ha autorizzato operazioni militari contro lo Stato islamico ponendo effettivamente l’America su un piano scivoloso verso un nuovo fronte di guerra contro i musulmani”.

Foley, vestito di arancione con sullo sfondo il deserto, viene costretto a parlare contro la guerra in Iraq e “la recente campagna aerea”, dopodiché il miliziano in inglese dice che “questo è James Foley, un cittadino americano… i vostri attacchi hanno causato perdite e morte tra i musulmani… non combattete più contro una rivolta, noi siamo uno Stato, che è stato accettato da un gran numero di musulmani in tutto il mondo. Quindi, ogni aggressione contro di noi è un’aggressione contro i musulmani e ogni tentativo da parte tua, Obama, di attaccarci, provocherà un bagno di sangue tra la tua gente”.

Quindi seguono le immagini in cui si vede il terrorista affondare la lama nella gola del giornalista e quindi tagliargli la testa.

La portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale degli Usa, Caitlin Hayden, ha commentato dicendo che “Siamo inorriditi dall’uccisione brutale di un giornalista americano innocente”, pur precisando che “l’intelligence Usa sta lavorando per determinare l’autenticità del video postato dall’Isil”.

Il presidente Obama è stato informato del fatto mentre era sull’Air Force One di ritorno dal periodo di vacanza a Martha’s Vineyard.

Foley è stato rapito nei pressi di Taftanaz nel 2012 insieme al suo interprete e all’autista, questi ultimi poi rilasciati. In passato aveva corrisposto dall’Afghanistan e dalla Libia e nel conflitto nel paese nordafricano era stato vittima di un rapimento durato 44 giorni da parte dei sostenitori di Gheddafi insieme a tre giornalisti, l’americana Clare Gillis, lo spagnolo Manu Brabo e il sudafricano Anton Hammerl, poi ucciso.

La madre di James Foley, Diane, ha scritto su Facebook di essere fiera di suo figlio, il quale “Ha dato la vita per raccontare al mondo la sofferenza del popolo siriano” ed ha lanciato un appello ai responsabili della morte del giornalista di risparmiare la vita degli altri “ostaggi innocenti”.

“Ringraziamo Jim per tutta la gioia che ci ha dato – ha aggiunto – . È stato straordinario, come figlio, fratello, giornalista e persona”.

L’accaduto sta avendo un forte impatto sull’opinione pubblica statunitense e occidentale in generale, per cui ora si è in attesta di conoscere quale reazione avrà l’amministrazione Obama, che voleva intervenire in Siria contro Bashar al-Assad (fermata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dalla Russia, che a Tartus ha una base militare, e dalla Cina, che ha diversi interessi economici nel Paese mediorientale) e che in Iraq, dove ha ribaltato la dittatura di Sadam Hussein, non ha oggi inviato truppe di terra contro i qaedisti dell’Isil, limitandosi a raid aerei e a operazioni di intelligence.

Fino ad oggi la politica estera di Barak Obama è sembrata un po’ troppo morbida nei confronti del radicalismo islamico, sostenendo un po’ ovunque quelle “Primavere arabe” (di cui quella spontanea e autentica sembra essere solo la tunisina) e permettendo la fine di governi che davano stabilità a grandi aree senza tuttavia prevedere il “dopo”: quanto accade in Libia è sotto gli occhi di tutti, come pure la situazione in Siria, mentre in Egitto la partita è stata presa in mano dai militari e dalla Russia (che così ha piazzato una base ad Alessandria, la seconda nel Mediterraneo dopo quella di Tartus, in Siria).

Il filo conduttore di questa sorta di macro-golpe sembra essere la silenziosa lotta fra il Qatar e l’Arabia Saudita per contendersi il ruolo di interlocutore con l’Occidente, una partita a scacchi giocata sul terreno dei paesi circostanti.

Le rivendicazioni di libertà e di democrazia nelle monarchie del Golfo sono state soffocate nel sangue e soprattutto hanno incontrato l’assordante silenzio dell’Occidente, che così facendo ha avallato la politica e il sostegno delle stesse ai gruppi radicali: non è un caso, ad esempio, se le milizie islamico-moderate o laiche, impegnate nella lotta contro i gruppi jihadisti in Libia, hanno dato fuoco agli uffici della Qatar Airways‎ e in più occasioni i miliziani di Zintan, che controllano l’aeroporto di Tripoli, hanno impedito l’atterraggio dei velivoli di quella flotta; o ancora se è stata dura la reazione di Abdel Fatah al-Sisi, neo-presidente dell’Egitto, nei confronti dei giornalistidi al-Jazeera, tv con sede a Doha (Qatar) dove sono esuli i membri della dirigenza dei Fratelli Musulmani non arrestati.

Il pasticcio nasce, insomma, dal fatto che, come è stato detto in più occasioni, dietro all’Isil ci sono proprio le monarchie del Golfo, le stesse che stanno oggi facendo affari d’oro con l’Occidente, Stati Uniti in primis. Per cui si è creato un circolo vizioso che vede i soldi dei cittadini americani ed europei finanziare, alla fine, Isil, Ansar al-Sharia, Ansar Dine, al-Nusra… o, per farla breve, al-Qaeda.