IL CAIRO — Tre ore di viaggio per un cesareo. È quanto tocca oggi alle donne del campo di Tanedba, nello Stato orientale di Gedaref, dove vivono 18.400 rifugiati: a giugno l’organizzazione che gestiva la maternità e il reparto chirurgico è partita da un giorno all’altro, rimasta senza fondi, e la sala operatoria più vicina è ora nella città a tre ore di strada.

Non è un caso isolato. È il pezzo più crudo di un bilancio che l’International Rescue Committee, una delle maggiori organizzazioni umanitarie americane, ha consegnato all’agenzia Associated Press: i tagli globali agli aiuti costringono a chiudere quest’anno altre 36 strutture sanitarie in Sudan, lasciando 473.700 persone senza servizi essenziali. L’allarme corre in parallelo a quello lanciato lunedì da Medici Senza Frontiere, che parla di ambulatori spenti a catena in un Paese dove il 37 per cento delle strutture sanitarie è già totalmente fuori servizio.

Perché chiudono proprio adesso? Perché la catena dei finanziamenti si è spezzata nel 2025, con lo smantellamento dell’agenzia americana per lo sviluppo Usaid: per molte organizzazioni attive in Sudan i fondi si sono esauriti a giugno di quest’anno. Nel frattempo anche i governi europei hanno tagliato — secondo i dati preliminari dell’Ocse citati da Msf, gli aiuti delle istituzioni Ue sono calati del 13,8 per cento nel 2025, quelli umanitari globali del 35,8. Msf non riceve fondi governativi americani, ma la pressione si sposta: «Quando i finanziamenti spariscono da altri servizi sanitari, gli ambulatori chiudono, i pazienti hanno meno posti dove andare», spiega il capomissione in Sudan, Muhammad Ibrahim.

Dietro i numeri c’è la guerra che dall’aprile 2023 oppone l’esercito ai paramilitari delle Rapid Support Forces: almeno 59.000 morti, circa 13 milioni di sfollati, carestia in alcune aree. Il piano di risposta dell’Onu vale 2,87 miliardi di dollari, ma è finanziato appena al 41 per cento; 825.000 bambini sotto i cinque anni sono attesi quest’anno in malnutrizione acuta grave.

Il morbillo in Darfur

Sul terreno, i tagli si misurano in aritmetica spietata. Nel Darfur Centrale, 45 centri sanitari hanno perso il sostegno nel solo mese di maggio; nelle strutture di Zalingei e Rokero i ricoveri sono cresciuti del 22,5 per cento in un anno. Un bracciante agricolo della regione guadagna circa un dollaro al giorno — il trasporto verso l’ambulatorio funzionante più vicino ne costa due. Al campo di Um Rakuba, 17.000 rifugiati in maggioranza donne e bambini, le organizzazioni attive sono scese da circa 35 nel 2021 a meno di dieci.

Intanto le epidemie corrono. «Gravi focolai sono già in corso», avverte il responsabile emergenze sanitarie di Msf: il morbillo ha raggiunto in Darfur il livello di grande epidemia, con circa il 75 per cento dei malati mai vaccinati. Circolano anche colera e malaria.

Il tempismo dell’allarme non è casuale: l’appello è calibrato sull’apertura dell’Assemblea generale dell’Onu, questo mese a New York, dove Washington ha chiesto sanzioni contro le parti in guerra per spingerle al negoziato. Msf domanda ai donatori finanziamenti-ponte per le strutture a rischio di chiusura immediata — quelli attuali, avverte il direttore dell’Irc per il Sudan orientale, «dovrebbero durare solo fino alla fine di settembre». In un ambulatorio, un paziente ha riassunto tutto in una frase: «Se non c’è cibo, non può esserci salute».