di Guido Keller –
Rifacendosi ad una fonte irachena il quotidiano britannico Guardian ha pubblicato oggi che il numero uno dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, sarebbe rimasto gravemente ferito in occasione di un raid aereo statunitense lo scorso marzo. Le stesse fonti, vicine ai jihadisti, hanno fatto sapere che in un primo momento le condizioni del “califfo” sembravano disperate, ma ora “si sta ora lentamente riprendendo”, per quando non sia ancora in grado di gestire l’organizzazione dello Stato Islamico nell’operatività quotidiana.
Non è la prima volta che si parla del ferimento di al-Baghdadi, tanto che già lo scorso 5 luglio la tv irachena al-Sumaria aveva riportato che l’uomo, il cui vero nome è Ibrahim Awwad Ibrahim, era stato colpito in occasione di un bombardamento delle truppe regolari su Qaim. In realtà il fatto non è mai stato confortato da versioni ufficiali, ma anche in novembre un twitter del ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jaafari, rivelatosi poi un falso, dava il numero uno dell’Isis (Daesh) come morto. A gennaio il primo ministro iracheno, Hayder al-Abadi, aveva riferito al quotidiano di al-Hayat, edito a Londra, che al-Baghdadi era rimasto “ferito” a Qaim, salvandosi “miracolosamente”.
A dare oggi parziale conferma del ferimento che sarebbe avvenuto in marzo sono un diplomatico occidentale e il funzionario iracheno Hisham al-Hashimi, i quali hanno detto al Guardian che effettivamente il 18 marzo un raid ha centrato un convoglio sospetto di tre veicoli nella zona di al-Baaji, nel distretto iracheno di Ninive. al-Hashimi ha aggiunto che già allora era al corrente del fatto che a bordo di uno dei veicoli vi era al-Baghdadi.
Intanto si fa drammatica la situazione presso la città di Ramadi, nella regione occidentale irachena di al-Anbar, assediata da qualche giorno dai miliziani dell’Isis: l’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha infatti reso noto che sono oltre 114.000 le persone in fuga dalla città, la maggior parte delle quali dirette a Baghdad o a Sulaymaniyah, nella regione autonoma del Kurdistan irq., o nella provincia di Diyala, al confine con l’Iran. L’ufficio dell’Onu ha anche comunicato che sono 2,7 milioni i profughi nel paese, in una situazione “preoccupante” per le “crescenti difficoltà cui vanno incontro i civili” in fuga: sono “esausti, privi di rifugio” e spesso costretti a “camminare per lunghi tratti senza cibo ne’ acqua”.
La provincia occidentale dell’al-Anbar, che confina con la Siria, è in buona parte sotto il controllo del Daesh (Isis), tant’è che Fallujah è caduta nel gennaio 2014; nei giorni scorsi i jihadisti hanno conquistato i villaggi circostanti di Abu Ghanim, Abu Suda, al-Sufiya e Abu Mahal, i quali erano difesi dalle milizie tribali sunnite alleate di Baghdad.

