Il diritto internazionale a geometria variabile

di Gianluca Celentano –

C’è un filo logico che lega la crisi venezuelana di questi giorni, il ricorso selettivo al diritto internazionale e una lunga serie di precedenti storici spesso rimossi dalla memoria collettiva. È un filo scomodo, perché conduce a una conclusione difficile da accettare, ovvero, quello che le regole che dovrebbero governare la comunità internazionale non vengono applicate in modo neutrale e uniforme, ma piegate di volta in volta alla convenienza politica, economica e strategica. Ed è anche per questo che non sorprende l’allontanamento di una parte crescente di cittadini dalla cosa pubblica, sempre più percepita come distante, incoerente e talvolta apertamente ipocrita.

Che cos’è (davvero) il diritto internazionale.
Il diritto internazionale nasce per limitare l’uso della forza, tutelare la sovranità degli Stati e risolvere i conflitti attraverso strumenti multilaterali. Il suo cardine è il divieto di aggressione, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, salvo due eccezioni: la legittima difesa e l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. In teoria, un sistema chiaro; in pratica, un equilibrio precario, spesso condizionato dai rapporti di forza. Il diritto internazionale può essere violato perché non esiste un’autorità superiore che lo imponga automaticamente, percui gli Stati più forti possono aggirarlo o reinterpretarlo quando entra in conflitto con interessi strategici, mentre le conseguenze dipendono proprio dall’equilibrio di potere. Questa applicazione selettiva (rigida per i deboli, flessibile per i potenti) mina la credibilità delle regole e alimenta la sfiducia.

Il caso Venezuela.
L’operazione statunitense in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, è stata giustificata dall’amministrazione di Donald Trump come un atto necessario nella lotta al narcotraffico e al terrorismo. Tuttavia, l’assenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU solleva interrogativi giuridici difficili da eludere.
Qui emerge il primo punto critico sulle accuse che possono anche essere fondate, ma il metodo scelto, cioè l’intervento armato, si scontra con le regole che lo stesso Occidente dichiara di difendere. La questione si complica ulteriormente se si considera che il Venezuela possiede immense riserve petrolifere e risorse strategiche, mentre i principali flussi di droga che colpiscono gli Stati Uniti provengono in larga parte da altre rotte e da altri Paesi.

Da principio difensivo a strumento politico.
Il richiamo alla dottrina Monroe non è semplice retorica storica. Nata nel 1823 per tenere fuori le potenze europee dalle Americhe, è stata nel tempo reinterpretata come giustificazione di un diritto di intervento. Oggi, nella sua versione aggiornata, riafferma una visione dell’America Latina come area di influenza esclusiva, più politica che giuridica.

Precedenti istruttivi: la Tunisia del 1987.
Per comprendere quanto il diritto internazionale, e persino quello costituzionale, venga spesso adattato alle circostanze, basta guardare alla Tunisia. Nel 1987 il presidente Habib Bourguiba fu destituito attraverso un “colpo di Stato medico”, formalmente giustificato dall’articolo 57 della Costituzione. Al suo posto salì Zine El Abidine Ben Ali. A posteriori emersero testimonianze sul coinvolgimento di apparati di intelligence stranieri, compresi quelli italiani. Nessuna invasione, nessuna guerra, ma una manipolazione istituzionale accettata in nome della stabilità. All’epoca le proteste internazionali furono limitate. Oggi quel passaggio è spesso ricordato come “ordinato”, nonostante abbia aperto la strada a decenni di autoritarismo. Anche in questo caso la legalità ha seguito l’utilità politica.

Regole uguali, applicazione diversa.
Dalla Tunisia del 1987 all’Iraq del 2003, passando per i bombardamenti della Serbia nel 1999, fino al Venezuela e ad altri scenari più recenti, il messaggio percepito dai cittadini è sempre lo stesso, quello che il diritto internazionale non è uguale per tutti. Nel caso della Jugoslavia, la NATO intervenne senza un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, giustificando l’azione come necessaria per fermare una crisi umanitaria, creando uno strappo giuridico mai realmente ricomposto. In tutti questi casi, alcuni Stati hanno potuto violare, reinterpretare o sospendere le regole, mentre altri ne hanno subito il peso integrale. Questo doppio standard mina la credibilità delle istituzioni multilaterali e rafforza l’idea che la politica globale sia un gioco per pochi, dove le regole sono flessibili per i forti e rigide per i deboli.

L’effetto sui cittadini.
Quando le norme vengono applicate “a geometria variabile”, la conseguenza non è solo geopolitica, ma anche civile. Crescono il cinismo, l’astensionismo, la violenza e la sfiducia nella democrazia rappresentativa. Se le regole possono essere aggirate dai potenti, perché dovrebbero essere rispettate dai cittadini comuni? Resta così una domanda centrale e non tanto su chi difendere o assolvere, quanto se un ordine internazionale basato sulle regole possa sopravvivere senza coerenza. Perché quando il diritto diventa uno strumento di convenienza, smette di essere diritto e si trasforma in un linguaggio del potere, anche in società che si definiscono democratiche e civili. Ed è in quel momento che la distanza tra istituzioni e cittadini diventa un vuoto difficile da colmare.