di Enrico Oliari –
E’ ormai crisi di governo in Israele, dove la maggioranza che fa capo al premier Benjamin Netanyahu paga lo scotto di essere divisa su temi essenziali quali la questione palestinese: da una parte, infatti, vi è la destra radicale di “Focolare ebraico” e di “Yisrael Beitenou”, con ministri del calibro di quello degli Esteri, Avigdor Lieberman, e del ministro dell’Edilizia Uri Ariel, e dall’altra vi sono i centristi moderati di Hatnua e Yesh Atid, fra i quali il ministro delle Finanze Yair Lapid e la responsabile della Giustizia, Tzipi Livni.
Netanyahu si è trovato fino ad oggi sostanzialmente fra le due ali della maggioranza, un ruolo di collante fra chi annuncia quasi quotidianamente la costruzione di nuovi alloggi nei territori palestinesi e chi vorrebbe il dialogo per porre fine allo stato di tensione, fra chi vorrebbe uno “Stato ebraico” con capitale Gerusalemme, e chi aspira al piano Usa dei “Due popoli, due stati”.
Fatto sta che a lungo andare le posizioni sono diventate inconciliabili, per cui oggi il capo del governo ha convocato Lapid e Livni per dare loro il ben servito., gesto per cui si parla ormai di elezioni anticipate, che con tutta probabilità si terranno in marzo, a soli due anni dalla salita al potere.
Nella fattispecie Lapid ha annunciato la sua opposizione alla controversa legge voluta da Netanyahu sulla definizione di Israele quale “stato-nazione degli ebrei”, vista dai più come una miccia pronta a far esplodere una bomba nel fragile equilibrio dell’area; si tratta di una soluzione contestata nei giorni scorsi anche dall’ex presidente israeliano Shimon Peres, il quale l’ha definita un tentativo di “soggiogare la Dichiarazione di Indipendenza a interessi politici contingenti”, con il rischio che “possa distruggere lo status democratico di Israele in casa e fuori”.
Netanyahu era arrivato addirittura a proporre uno scambio pur di portare a casa la contestata legge, concedendo gli sgravi fiscali sulla prima casa voluti dai centristi.
Tipzi Livni, ardua sostenitrice del processo di riconoscimento della Palestina portato avanti dall’americano John Kerry, è stata silurata per la sua aperta opposizione a chi del governo vorrebbe un unico stato ebraico, senza arabi tra i piedi: citata sul Jerusalem Post, ha dichiarato che le prossime elezioni serviranno a sostituire un governo “estremista, provocatorio e paranoico” che “incita una parte d’Israele contro l’altra”.
Così a Benjamin Netanyahu non è restato altro da fare che iniziare la campagna elettorale, raccomandando già oggi agli elettori di non disperdere il voto verso i partiti minori e di dare fiducia al suo partito, il Likud, affinchè il paese sia guidato da un “governo forte”.

