Il petrolio come leva di potere: il lungo piano americano per il Venezuela

di Giuseppe Gagliano –

Il piano dichiarato di Donald Trump per rilanciare l’industria petrolifera del Venezuela non ha nulla dell’operazione lampo. È, al contrario, un progetto di ricostruzione sistemica, destinato a misurarsi con tempi lunghi, costi elevatissimi e un contesto geopolitico estremamente conflittuale. Il petrolio non è l’obiettivo finale, ma lo strumento attraverso cui ridefinire un equilibrio di potere nel continente americano.
Secondo le stime di Francisco Monaldi della Rice University, la soglia realistica è di dieci miliardi di dollari l’anno per almeno un decennio, oltre cento miliardi complessivi. Non si tratta di espandere la produzione, ma di ricostruire ciò che è stato lasciato marcire: giacimenti sovrasfruttati, raffinerie fuori uso, oleodotti corrotti, una compagnia statale svuotata di competenze. Il Venezuela possiede ancora una delle maggiori riserve mondiali di greggio, ma ha perso quasi tutto il resto: capitale umano, manutenzione, credibilità.
In questo schema, il ruolo delle grandi compagnie statunitensi è centrale. Chevron, Exxon Mobil e ConocoPhillips non entrerebbero solo come investitori, ma come architravi industriali e politiche del nuovo sistema petrolifero venezuelano. Senza il loro know how e la loro capacità di gestione, la ripartenza è semplicemente impossibile. Ma la contropartita è evidente: una perdita strutturale di sovranità energetica per Caracas.
Il punto vero non è la redditività, che resta incerta per molti anni, ma la strategia. Riattivare il petrolio venezuelano sotto guida americana significa sottrarre un asset critico all’influenza di Russia, Cina e Iran, che negli ultimi anni hanno occupato gli spazi lasciati vuoti dagli Stati Uniti. È una mossa di lungo periodo, coerente con una visione classica della potenza: controllare le risorse per controllare le alleanze, e usare l’energia come strumento di disciplina geopolitica.
Il progetto, se mai verrà portato fino in fondo, ridisegnerà il Venezuela come Paese produttore sotto tutela, reintegrato nei mercati occidentali ma vincolato a regole, interessi e priorità decise altrove. Per Washington sarebbe una vittoria strategica nel suo “cortile di casa”. Per Caracas, l’ennesimo scambio asimmetrico: stabilità e flussi finanziari in cambio di una sovranità energetica profondamente ridimensionata.