Il piano di Trump per Gaza: tra illusione diplomatica e calcolo geopolitico

di Giuseppe Gagliano

A margine dell’Assemblea Generale dell’ONU, Donald Trump ha radunato a New York i principali leader arabi e musulmani, cioè Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Egitto, Giordania, Turchia, Indonesia e Pakistan, per proporre un piano che metta fine alla guerra di Gaza. Mancava però l’attore decisivo: Israele, informato ma non coinvolto nelle discussioni. Già questo dettaglio rivela il limite di fondo: costruire un’architettura politica e di sicurezza sulla Striscia senza che Gerusalemme accetti le regole del gioco rischia di produrre una cornice priva di contenuto.
Il cuore del piano è il dispiegamento di forze arabe e musulmane a Gaza, con il compito di favorire il ritiro israeliano e avviare una fase di ricostruzione finanziata dai Paesi del Golfo. Ma il progetto contiene due precondizioni: la completa esclusione di Hamas e un futuro ruolo dell’Autorità Palestinese. È un’impostazione che risponde alle esigenze americane e israeliane, ma che rischia di scontrarsi con la realtà sul terreno. Hamas resta radicato nella società palestinese e non può essere liquidato con una clausola scritta a New York.
La guerra, che dura ormai da due anni e ha superato i 65.000 morti palestinesi, è diventata anche un problema economico di portata regionale. Gaza è stata ridotta a macerie: alloggi, infrastrutture sanitarie ed educative, mezzi di sostentamento sono stati spazzati via. Qualsiasi piano credibile richiede investimenti miliardari in ricostruzione e sostegno umanitario. Ma i Paesi arabi, pur disponendo di capitali ingenti, non intendono farsi carico da soli di una ricostruzione che rischia di trasformarsi in un pozzo senza fondo, specie se Israele continuerà a intervenire militarmente.
Il vertice ONU è stato dominato da un’ondata di riconoscimenti dello Stato palestinese, dalla Francia al Regno Unito, fino a Canada, Australia e Portogallo. È un segnale politico che isola Israele e, indirettamente, gli Stati Uniti, accusati di essere sponsor militare e diplomatico di Gerusalemme. Trump ha bollato questi riconoscimenti come una “ricompensa” per Hamas, senza tuttavia misurarsi con la crisi umanitaria e con la realtà di un conflitto che destabilizza l’intero Medio Oriente.
Il contrasto con il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres è emblematico: per quest’ultimo, la statualità palestinese è un diritto, non una concessione. L’impressione diffusa tra i diplomatici a New York è che la Casa Bianca continui a interpretare la crisi esclusivamente attraverso la lente israeliana, senza cogliere le dinamiche regionali e globali. È anche per questo che molte cancellerie vedono negli Stati Uniti non l’arbitro, ma una delle parti in causa.
Il Qatar, attraverso l’emiro Tamim al Thani, ha ribadito l’urgenza di un cessate-il-fuoco e ha denunciato il progetto israeliano di “distruggere Gaza”, rendendo impossibile la vita stessa. L’Indonesia si è detta pronta a inviare forze di peacekeeping, mentre la Turchia ha parlato apertamente di genocidio, interrompendo i rapporti commerciali con Israele. In questo contesto, il piano di Trump sembra un tentativo di riportare l’agenda sotto l’egida americana, ma rischia di apparire scollegato dalle posizioni sempre più autonome di Ankara, Doha e Giacarta.
Ogni proposta per Gaza deve fare i conti con il fattore geoeconomico. La Striscia non è solo un problema umanitario: è anche un corridoio strategico tra Mediterraneo ed Egitto, a pochi chilometri dalle infrastrutture energetiche di importanza globale. Senza stabilità, i progetti di sviluppo regionale, dai gasdotti ai corridoi commerciali, restano paralizzati. Per questo la guerra a Gaza non è più solo una questione palestinese, ma un ostacolo allo sviluppo di tutto il Medio Oriente.
Il piano di Trump rappresenta un esercizio di diplomazia spettacolare, costruito più per mostrare leadership che per risolvere le contraddizioni del conflitto. Israele non c’era, Hamas non può essere semplicemente cancellato, i Paesi arabi esitano a farsi carico della ricostruzione. Resta il dato di fondo: senza un accordo politico che riconosca ai palestinesi diritti reali e agli israeliani sicurezza garantita, nessuna forza multinazionale potrà assicurare pace e stabilità. La crisi di Gaza continua così a restare lo specchio dell’impotenza internazionale.