di Giuliano Bifolchi –

Ali Abu Mukhammad, il teologo di etnia Avara scelto all’inizio di questo anno come successore di Doku Umarov per la guida di Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso), ha rilasciato un video di 40 minuti in cui dichiara che i militanti caucasici sono intenti nel preparare attività in grado di infliggere duri colpi al nemico.

Il video apparso su YouTube (rimosso perché viola la “politica di YouTube sulla violenza”), datato al mese di Radjab 1435 (Maggio 2014), mostra l’intervista ad Abu Mukhammad nella stessa modalità scelta più volte dal suo predecessore Doku Umarov che vede l’alternarsi di domande e risposte che prendono in esame diversi aspetti della jihad e delle attività dell’Emirato del Caucaso in cui viene minacciata Mosca e le forze di sicurezza russe di futuri attentati su larga scala.

Alla domanda inerente il numero effettivi di combattenti di Imarat Kavkaz il leader dell’insorgenza è apparso vago ed impreciso affermando che non è possibile quantificare i militanti a sua disposizione essendo il suo esercito non regolare anche se in crescita in diversi territori del Caucaso, tra cui anche quelli ritenuti da parte delle forze russe (per l’occasioni chiamate “infedeli”) impensabili ed aree posto sotto il completo controllo. Numero incerto che però, per stessa ammissione di Abu Mukhammad, è in grado di portare avanti la battaglia contro le forze russe e pro-russe e minacciare la stabilità e la sicurezza della regione.

Su tale questione era solito argomentare in maniera elusiva ed imprecisa anche lo stesso Umarov il quale vedeva tra le cause e motivazioni principali di un numero di militanti contenuto la difficoltà logistica da parte degli insorti nel mantenere e proteggere un esercito grande facile da individuare da parte delle forze governative russe e delle forze pro-Russia presenti all’interno delle Repubbliche del Caucaso del Nord. La necessità quindi di dare protezione e di occultare il reale numero dei combattenti è stata usata dallo stesso Abu Mukhammad come giustificazione al numero esiguo di uomini di cui dispone i quali, grazie proprio a questa ristrettezza dei numeri, hanno la possibilità di muoversi liberamente all’interno della propria area di competenza vedendo tutelata la propria sicurezza ed anonimità. Allo stesso tempo, però, i combattenti sono subordinati ad una sola leadership in modo da coordinare le proprie azioni; lo stesso leader dell’Emirato evidenzia che se si palesasse la necessità di sollevare un’offensiva congiunta e di preparare un attacco su larga scala, attualmente Imarat Kavkaz presenta le caratteristiche ed i numeri opportuni per poterlo fare.

Continuando nella sua intervista Abu Mukhammad ha dichiarato che in questo momento l’insorgenza sta lavorando su una tattica in grado di infliggere ingenti danni alle truppe nemiche, volontà che non deve essere vista come semplice fantasia ma come realtà. Tra gli obiettivi presi in considerazione figurano i cittadini caucasici che volontariamente collaborano con la polizia e le forze di sicurezza, specialmente coloro che partecipano alle rappresaglie contro le donne ed i bambini dei militanti uccisi, oppure coloro che “promuovono la depravazione” come ad esempio i proprietari di negozi di alcolici, saune, locali per adulti i quali sono stati più volte avvisati di chiudere le loro attività.

Parlando a proposito dei contatti con gli altri leader dell’insorgenza, il leader caucasico ha dichiarato di essersi incontrato con alcuni di loro evitando però di menzionare quali; non è chiaro quindi se tale incontro sia avvenuto soltanto con i comandanti di base in Dagestan, vera roccaforte dei militanti con un numero crescente di attacchi e di perdite tra le fila dei militanti e quelle delle forze di sicurezza (171 militanti uccisi nel 2013 ed altri 58 nel primo trimestre del 2014, di cui ulteriori 20 nel solo mese di aprile; per le perdite tra le fila delle forze di sicurezza vedere anche Notizie GeopoliticheLa gestione russa del Dagestan), oppure anche con gli altri esponenti dell’insorgenza presenti nelle altre repubbliche nord caucasiche.

Parlando dell’insorgenza nord caucasica occorre rilevare che negli ultimi tre giorni due comandanti, Astemir Berkhamov (insorgenza di Kabardino-Balkaria-Karachai successore di Tengiz Guketlov ucciso in marzo) e Artur Gatagazhev (insorgenza dell’Inguscezia) sono stati uccisi durante le operazioni antiterrorismo avviate dalle autorità russe.

La morte di Gatagazhev è avvenuta grazie ad una operazione delle forze speciali nella giornata di sabato 24 maggio in Inguscezia nel villaggio di Sogopshi (distretto di Malgobek) in cui hanno perso la vita altri sei militanti; Gatagazhev, considerato uno dei leader dell’insorgenza locale, era accusato dell’omicidio di Ahmed Kotiyev, direttore regionale del Consiglio di Sicurezza, avvenuto lo scorso anno e della morte di numerosi ufficiali di polizia e di sicurezza russi. Secondo la Commissione Anti-terrorismo Nazionale russa, Gatagazhev era alla guida del network sin dal giugno 2013.

Le perdite tra le file dei militanti ed il numero notevolmente superiore delle forze pro-Russia, per stessa ammissione di Abu Mukhammad, hanno reso la situazione per l’insorgenza molto più difficile e complessa, fattore che deve essere inteso come una sfida per il vero musulmano perché “Allah testa un uomo dipendentemente dalla forza della sua fede… noi vediamo su base giornaliere come se Lui limita le nostre possibilità in una area, in un’altra apre altre possibilità che non avevamo previsto”.

Affrontando la problematica riguardo la jihad in Caucaso oppure in Siria contro le truppe fedeli a Bashar al-Assad, Abu Mukhammad ha sostenuto entrambi gli approcci dichiarando che il Concilio degli Studiosi Musulmani non è riuscito ancora a raggiungere un verdetto unanime su tale tematica. Il leader di Imarat ha però ricordato come la guerra santa nel Caucaso sia molto più difficile in termini di accesso alle armi ed ai rifornimento ed inoltre ha sottolineato che il leader di al-Qaeda non ha ancora ordinato ai suoi combattenti di convergere in massa in Siria, ragione per cui è auspicabile che un militante musulmano caucasico rimanga a combattere nella propria madrepatria dove risiede la propria famiglia. Una nota di disappunto deve essere fatta invece per quegli abitanti nord caucasici i quali supportano economicamente i propri fratelli in Africa dimenticando di aiutare le vedove e gli orfani dei “martiri” uccisi nel Caucaso.