di Dario Rivolta *-

Gli Stati Uniti sono una grande democrazia e non solo per la dimensione del suo prodotto nazionale lordo, ma anche per la capacità del proprio sistema politico di agire attraverso pesi e contrappesi, per la sua stampa professionale, indipendente e capace di non essere, come invece succede altrove, semplice diffusore di un “pensiero unico”. Siamo quindi orgogliosi e gratificati di esserne alleati da più di sessant’anni.

Stare dalla loro parte, però, proprio in nome di quella libertà di pensiero di cui sono validi propugnatori, non significa dover accettare come buona ogni decisione che venga da Oltreoceano. Soprattutto se tali decisioni mettono a rischio non solo gli interessi nazionali ed europei ma anche la pace mantenuta dalla fine della seconda guerra mondiale. Fortunatamente, proprio grazie a quella libertà che citavamo poc’anzi, anche all’interno degli Stati Uniti c’è chi condivide questa nostra preoccupazione ma, a quanto pare, la linea seguita dal suo Governo non ne tiene alcun conto.

Che la questione Ucraina sia un errore strategico lo abbiamo già sostenuto in precedenza ma, davanti alla loro sottovalutazione offerta dai nostri media, vogliamo ricordare il pericolo specifico costituito da alcune decisioni formali assunte il mese scorso. Negli Stati Uniti si parte con la legge 758 del 4 dicembre 2014 (1), si continua con l’ “Ukraine freedom support act” (2) del 18 dicembre per arrivare alla Risoluzione del Parlamento ucraino che ha ufficialmente rinunciato ,lo scorso 23 dicembre, allo status di “Paese non allineato”, chiedendo la possibilità di entrare nella Nato. Davanti a questi atti, il presidente russo Vladimir Putin ha risposto con la nuova “Dottrina Militare della Federazione Russa”, la quale afferma, tra l’altro, che “qualora la propria integrità nazionale e la propria sicurezza fossero minacciate”, la Russia sarà pronta a usare l‘arma atomica anche in caso la controparte facesse uso solo di armi convenzionali.

Di là della propaganda dell’uno o dell’altro, è evidente a ogni osservatore indipendente che in ballo non c’è’ affatto la “libertà” dell’Ucraina, bensì la volontà americana di “ridimensionare” la Russia e, possibilmente, di eliminare quel Putin che, per quanto democraticamente eletto dal suo popolo, non piace a qualcuno èer il fatto di non essersi mai mostrato supino e accondiscendente ai voleri di Paesi terzi. E’ almeno da un decennio che gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei stanno mestando nel torbido a Kiev con l’obiettivo di ottenere ciò che si è raggiunto pochi mesi or sono e cioè un Governo fantoccio con almeno tre ministri indicati da Oltreoceano e nemmeno di nazionalità ucraina (una americana, un lituano e un georgiano: tutti e tre naturalizzati ucraini dal presidente Poroshenko il giorno stesso del loro giuramento).

Non si esagera se si afferma che, così facendo, si stia veramente mettendo a rischio la pace sul nostro Continente.

Ma c’è di più. Oltre alle sanzioni economiche che siamo stati costretti ad accettare e che stanno mettendo in gravi difficoltà molte aziende europee, un uomo che se ne intende, George Soros, finanziere americano di origine ungherese, ha dichiarato in un’intervista del 7 gennaio al Financial Times, che o l’Occidente, e in particolare l’Europa (sic!), stanzieranno entro il primo trimestre di quest’anno 50 miliardi di dollari, oppure tutto quanto fatto finora non solo sarà inutile, ma si trasformerà in una sconfitta politica.

Nella sua intervista del 7 gennaio, Soros parte dalla constatazione che la lotta con Mosca sull’Ucraina sia un dato acquisito, ma rileva che, in assenza di quell’aiuto, l’Ucraina fallirà. Al contrario se saranno donati all’Ucraina i cinquanta miliardi, questo significherebbe per quel Paese la salvezza economica e ciò causerebbe una ricaduta così negativa su Mosca da provocare la fine del governo di Putin.

Soros non fu solo un semplice speculatore finanziario di successo, ma ha anche creato nei Paesi ex sovietici delle Fondazioni cultural-politiche che avevano lo scopo di favorire la riconquista della democrazia nell’area ex Patto di Varsavia. La differenza fondamentale tra Ungheria, Cecoslovacchia, Romania ecc. e l’Ucraina non sta solamente nelle dimensioni delle loro rispettive economie e nel diverso sviluppo sociale, ma anche nell’assenza, allora, di quella grave crisi economica che oggi attanaglia l’Unione Europea, e non solo. Tuttavia Soros sa quel che dice quando giudica l’economia ucraina cosi disastrata da non lasciare scelta tra il suo fallimento e un mastodontico esborso gratuito di denaro a suo favore.

Oltre a soffrire per il drastico calo dei nostri commerci con la Russia, siamo pronti, noi europei, a regalare diversi miliardi di euro agli ucraini anziché utilizzarli per rilanciare le nostre economie e magari anche salvare la povera Grecia? Sinceramente, che ce ne facciamo dell’Ucraina?

Se gli attuali Governi europei fossero stati composti di uomini e donne con qualche vera capacità politica, la risposta sarebbe stata sicuramente negativa ma, purtroppo, in questi tempi abbiamo ovunque governi deboli e personalità minori che ci stanno trascinando, forse addirittura senza rendersene conto, verso un baratro pericoloso che ci ricorda come, apparentemente contro la volontà di tutti, scoppiò la prima guerra mondiale.

Note:

(1) www. congress.gov/bill/113th-congress/house-resolution/758

(2) www.congress.gov/bill/113th-congress/senate-bill/2828/text

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali