di Guido Keller

Essendo scaduto l’ultimatum, le Forze di sicurezza sono intervenute al Cairo per sgomberare le piazze di al-Nahda e di Rabaa al-Adawiyah dai sit-in dei sostenitori dell’ex presidente Mohammed Morsi, in maggioranza Fratelli Musulmani.

Un comunicato ufficiale del Governo ha informato che non è stato impiegato l’Esercito direttamente nelle piazze, ma che i militari stanno solo “garantendo la sicurezza di siti vitali e sedi di ambasciate nel perimetro dei raduni”.

Purtroppo sono in corso scontri, anche perché gli agenti delle Forze della sicurezza hanno trovato nelle perquisizioni numerose armi e, a quanto si è appreso, nella sola piazza al-Nahda, che è la più piccola delle due occupate, sono state arrestate già al mattino 150 persone proprio perché detenevano armi da fuoco e munizioni; per lo stesso motivo 50 persone sono state tratte in arresto in piazza Rabaa al-Adawiyah.

Man mano che passano le ore si parla di un numero crescente di morti: i Fratelli Musulmani sostengono che 2mila manifestanti sono stati uccisi e 10mila feriti, ma la cifra è stata smentita dal ministero della Salute e da fonti ufficiali del governo, che parlano di 278 vittime fra le quali alcuni poliziotti. L’agenzia ufficiale Mena riporta di 17 morti negli scontri in corso nella provincia di Fayoum, a sud del Cairo.

Anche un cameraman di Sky News, il 61enne Mick Deane, è rimasto ucciso durante gli scontri al Cairo: lo ha riferito il capo della stessa piattaforma televisiva, precisando che resto della troupe è incolume.

Sempre dalla capitale è arrivata la notizia che tre chiese cristiano-copte sono state date alle fiamme ed altre 19 assaltate dai sostenitori di Morsi, anche perché il patriarca copto Tawadros II era apparso al fianco del generale Abdel Fattah al-Sissi, capo delle Forze armate, lo scorso 3 luglio, giorno del golpe che ha portato alla deposizione e all’arresto di Mohammed Morsi; l’ambasciata statunitense è stata chiusa ed è stato espresso un invito ai cittadini americani alla “massima allerta”.

La Tv panaraba al-Jazeera, vicina ai Fratelli Musulmani, ha fatto sapere che, nonostante i treni siano stati bloccati per impedire ai manifestanti di portare le proteste al di fuori della capitale, ad Alessandria diversi cittadini sono scesi in piazza ed hanno bloccato la via principale.

Preoccupazione per la violenza in atto è stata espressa dal capo della diplomazia europea Catherine Ashton, la quale ha “ribadito che la violenza non condurrà ad alcuna soluzione e facciamo appello alle autorità egiziane a procedere col massimo autocontrollo”; anche l’imam dell’Università-moschea di al-Azhar, Ahmed al Tayyeb, ha chiesto che si fermino le violenze e lo spargimento di sangue.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha chiesto che si interrompa la repressione, in quanto “crede fermamente che la violenza, usata da qualsiasi delle parti, non è la risposta alla crisi egiziana”; la Turchia ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu e alla Lega Araba di agire in fretta per fermare un “massacro”, mentre l’Iran avverte che vi è il forte rischio a che il paese “sprofondi nella guerra civile”.

Il governo ad interim egiziano ha fatto appello ai manifestanti, attraverso un portavoce, “a dare prova di saggezza e a mettere gli interessi della patria davanti a tutto”; ha comunque spiegato che “il Consiglio dei ministri è determinato a fare fronte con fermezza ai sabotatori e a perseguirli”; la tv ha riportato un comunicato della Presidenza con il quale è stato indetto lo stato d’emergenza dalle 16.00 di oggi per la durata di un mese.

Il vicepresidente e Premio Nobel Mohamed el Baradei si è comunque dimesso dal suo incarico in quanto, come ha scritto nella sua lettera, non sarebbero state valutate tutte le opzioni di carattere politico per risolvere la crisi: “Mi è diventato difficile di proseguire ad assumere la responsabilità di decisioni con le quali non sono d’accordo”, ha scritto.