di Giuseppe Gagliano –
L’accordo decennale appena firmato tra India e Stati Uniti sulla cooperazione militare rappresenta molto più di un’intesa tecnica. È un patto politico con cui Washington consolida il suo asse indo-pacifico, mentre Nuova Delhi cerca di bilanciare le proprie vulnerabilità economiche e strategiche dopo mesi di tensioni commerciali con l’amministrazione Trump.
L’intesa è maturata in un clima di contraddizioni. Solo pochi mesi fa Trump aveva imposto dazi del 50% sui prodotti indiani e una penalità del 25% per gli acquisti di armi e petrolio russi. Ma in geopolitica, le sanzioni non cancellano gli interessi: li ridisegnano. L’India resta la pedina indispensabile per contenere la Cina nell’Oceano Indiano e nell’Asia meridionale, e per questo Washington è pronta a riaprire i canali militari e tecnologici.
L’accordo, annunciato a Kuala Lumpur dal segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth e dal ministro indiano Rajnath Singh, rafforza la cooperazione in tre campi chiave: condivisione di intelligence, coordinamento operativo e sviluppo tecnologico congiunto. Significa basi interoperabili, esercitazioni integrate e accesso reciproco a infrastrutture logistiche e digitali. Dietro la formula della “stabilità regionale” si nasconde la volontà di costruire un contrappeso militare alla crescente presenza cinese nell’Oceano Indiano, nel Mar Cinese Meridionale e lungo le rotte che connettono l’Indo-Pacifico al Golfo Persico.
Per Nuova Delhi l’intesa è un modo per riacquistare margini di manovra. La dipendenza dal petrolio russo e dalle forniture energetiche del Golfo è troppo alta per affrontare sanzioni prolungate. Allo stesso tempo, l’India non può permettersi un isolamento tecnologico: la cooperazione con gli Stati Uniti apre l’accesso a sistemi avanzati di sorveglianza, droni e reti di comunicazione crittografate, indispensabili per competere con la modernizzazione militare cinese e per controllare il confine himalayano.
Gli Stati Uniti perseguono una strategia a doppio binario: da un lato, integrano l’India nel quadro di sicurezza indo-pacifico al fianco di Giappone e Australia (Quad), dall’altro continuano a esercitare pressione economica per ridurre i legami di Nuova Delhi con Mosca. In questo senso, la firma di un accordo commerciale parallelo — ancora in negoziazione — servirà a compensare i costi dei dazi e a fidelizzare un partner che, per storia e ambizioni, rifiuta di essere un alleato subordinato.
L’intesa rischia di riaccendere le tensioni con la Cina e di spingere il Pakistan ancora più verso Pechino, alterando l’equilibrio nucleare dell’Asia meridionale. Allo stesso tempo, rafforza l’immagine dell’India come potenza responsabile e contrappeso democratico in una regione sempre più militarizzata. In termini geoeconomici, apre a una rete di forniture e co-produzioni che potrebbe coinvolgere anche industrie europee legate al comparto aerospaziale e navale.
In un mondo dove la geopolitica sostituisce l’economia come motore delle alleanze, l’accordo India-USA è una dichiarazione d’intenti: contenere la Cina, integrare l’India e rendere il commercio uno strumento della strategia di potenza. Per Washington è un investimento sulla deterrenza; per Nuova Delhi, un’assicurazione sulla sopravvivenza strategica in un’epoca di pressioni incrociate.












