di Guido Keller –

Ha un nome e un cognome “Jihadi John”, il boia dell’Isis che sgozza gli occidentali in tuta nera e con un lungo coltello: si tratta di Mohammed Emwazi, 27 anni, londinese di famiglia del ceto medio di origine del Kuwait, dove è nato; laurea in informatica, musulmano praticante: nel 2010 con due amici si era recato in Tanzania ufficialmente per fare un safari, ma la polizia di Dodoma li aveva respinti in quanto vi era il sospetto che volessero unirsi agli al-Shabaab somali. Ed effettivamente legami con il gruppo islamista, legato ad al-Qaeda, ve ne erano, stando a quanto riscontrato dall’intelligence britannica.

Sospettato di terrorismo, nello stesso anno è stato arrestato, mentre continuava a spostarsi fra il Kuwait e Londra.

Liberato, se ne sono perse le tracce fino al 2012, quando dall’Arabia Saudita si è spostato in Siria: ex prigionieri dell’Isis hanno riferito che con altri operava presso il carcere del Califfato, dove veniva e probabilmente viene tutt’oggi esercitata la tortura.

Trasferito a Raqqa, capitale del Califfato, a seguito dei prigionieri, “Jihadi John” appare nei video dove decapita brutalmente gli occidentali Jim Foley, Steven Sotloff, David Haines, Alan Henning e Abdl Rahman Kassing, e i giapponesi Kenji Goto e Haruna Yukawa.

Le informazioni comunicate sono quindi certe, mentre fino ad oggi era stato detto che Jihadi John sarebbe stato il rapper 24enne londinese Abdel Majed Abdel Bary, comunque impegnato nella jihad. Tuttavia l’Mi5 oggi è nel ciclone delle polemiche, in quanto è stato appurato che si è fatto sfuggire sotto il naso “Jihadi Jihn”, in più occasioni.