di Enrico Oliari –

I primi reparti dell’esercito iracheno, supportato dai raid della coalizione a guida Usa e dalle milizie popolarti sciite, sono riusciti ad entrare a Fallujah, città di 450mila abitanti dell’al-Anbar, caduta nelle mani dell’Isis nel gennaio 2014.

La prima area presa è quella agricola di Naymiya, periferia sud della città, dove sono stati individuati lunghi cunicoli sotterranei utilizzati dai jihadisti per muoversi senza essere individuati dai satelliti e dagli aerei della coalizione, ma il generale Abdel Wahab al-Saadi ha dichiarato che le truppe non si assentano e che l’avanzata verso il centro continua.

Anche Abu Mahdi al-Mohandis, comandante delle milizie di mobilitazione popolare sciite al-Hasheb Shaabi, sostenute dall’Iran, rivendicando il pieno coinvolgimento nell’offensiva ha affermato che “Noi siamo partner di questa liberazione e la nostra missione non è ancora finita. (…) “abbiamo completato il compito che ci era stato assegnato, quello di circondare gli avversari, mentre la liberazione è stata affidata ad altre forze”. Quasi sfidando al-Saadi, ha concluso che “Continueremo a sostenere la campagna se la liberazione avverrà rapidamente. Se non saranno in grado di farlo entreremo noi in città”.

Oltre ai jihadisti, a Fallujah vi sono anche abitanti impegnati nei combattimenti contro gli iracheni e soprattutto delle milizie sciite, di cui ne temono le vendette. D’altronde, come Notizie Geopolitiche ha avuto modo di appurare portandosi in prima linea a soli 18 chilometri da Mosul, uno dei problemi maggiori delle avanzate contro l’Isis è rappresentato dall’adesione spontanea di intere città e villaggi allo Stato Islamico, tanto che a suo tempo a Mosul erano entrati circa 300 jihadisti, in una realtà urbana grande come Milano.

Il governo iracheno ritiene che oggi a Fallujah vi siano quasi esclusivamente residenti che hanno aderito allo Stato Islamico e che ora combattono contro l’esercito e contro le milizie sciite, ma la realtà vede anche migliaia di cittadini intrappolati, usati dall’Isis come scudi umani, i quali rischiano di essere passati per le armi nel momento in cui tentano di abbandonare la città. In 18mila sono riusciti a scappare nelle ultime settimane ricorrendo alle più svariate iniziative per attraversare l’unica via di fuga che è l’Eufrate, compreso l’uso di armadi e di botti di cherosene svuotate, ma il Norvegian Refugee Council, che gestisce il campo profughi di Amriyat al-Falluja, ad una trentina di chilometri a sud della città, ha riportato che “un numero imprecisato di civili sono stati uccisi mentre cercavano di attraversare l’Eufrate per sfuggire dai combattimenti”.

Le vie della città sono disseminate di esplosivi, sia per impedire la fuga di chi tenta di lasciare i combattimenti, sia per frenare l’avanzata dei militari.

Per il rappresentante dell’Unicef in Iraq Peter Hawkins sarebbero almeno 20mila bambini intrappolati, fortemente a rischio per gli scontri in atto, per la fame ma anche per l’arruolamento forzato come bambini-soldato da parte dell’Isis.

Il cerchio sullo Stato Islamico si sta di giorno in giorno chiudendo, con Fallujah quasi riconquistata, iracheni e peshmerga curdi diretti su Mosul e Forze democratiche siriane dell’Sdf, curdi dell’Ypg e regolari siriani in avanzata su Raqqa, rispettivamente da nord e da sud.