di Giuseppe Gagliano –
Iran e Oman hanno raggiunto un accordo per creare una rotta marittima temporanea nello stretto di Hormuz, senza tuttavia ripristinare la libera navigazione. Il corridoio, largo 11,3 chilometri e in parte compreso nelle acque territoriali iraniane, resterà sottoposto alla sorveglianza di Teheran e potrà essere utilizzato soltanto previa autorizzazione.
L’intesa attribuisce all’Oman, che controlla l’altra sponda dello stretto, un ruolo diretto nella gestione del passaggio e permette all’Iran di ricondurre la questione a un negoziato tra i due Paesi rivieraschi. Gli Stati Uniti, nonostante la loro consistente presenza navale nella regione, restano fuori dall’accordo.
Prima del conflitto attraverso Hormuz transitava oltre il 20 per cento delle spedizioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Golfo, con circa 130 navi al giorno. La chiusura decisa dall’Iran dopo gli attacchi del 28 febbraio ha evidenziato la vulnerabilità dell’economia mondiale rispetto a uno dei principali colli di bottiglia delle rotte energetiche internazionali.
Il prezzo del greggio, attestato intorno ai 66 dollari al barile prima del conflitto, ha superato ripetutamente i 100 dollari, avvicinandosi a marzo ai 120. Le conseguenze hanno interessato soprattutto i grandi importatori asiatici, tra cui Cina, India, Giappone e Corea del Sud, fortemente dipendenti dalle forniture provenienti dal Golfo.
La riapertura parziale potrebbe ridurre la pressione sui mercati, ma permane l’incertezza sulla sicurezza della navigazione, con conseguenze sui premi assicurativi, sui costi di trasporto e sui contratti energetici. Per Teheran non è necessario impedire completamente il transito: mantenere il rischio di nuove restrizioni è sufficiente per esercitare pressione sull’economia internazionale.
Sul piano militare l’Iran continua a puntare su una strategia di interdizione basata su mine navali, imbarcazioni veloci, missili costieri, droni e sistemi di sorveglianza. La stessa incertezza sulla presenza e sulla posizione delle mine costituisce un elemento di deterrenza, poiché le operazioni di bonifica richiedono mezzi specializzati, tempo e protezione militare.
La minaccia iraniana di colpire le unità statunitensi eventualmente impiegate nella bonifica dimostra inoltre che Teheran considera le mine uno strumento non soltanto militare, ma anche politico. La loro rimozione senza un’intesa verrebbe interpretata come una contestazione diretta del controllo iraniano.
Il blocco imposto dagli Stati Uniti ai porti dell’Iran non ha finora costretto Teheran a rinunciare alla propria strategia. Si è così determinata una situazione nella quale entrambe le parti possono ostacolare i traffici dell’avversario, mentre una parte rilevante dei costi viene trasferita ai Paesi importatori e alle compagnie di navigazione.
L’accordo rafforza anche il ruolo diplomatico dell’Oman, tradizionale mediatore tra Iran e Stati Uniti. Muscat tenta di mantenere aperti i rapporti con entrambe le parti, ma la crescente pressione di Washington rende più difficile preservare questa posizione. Un sistema di gestione della navigazione concordato direttamente tra Oman e Iran ridurrebbe inoltre il peso politico statunitense nella gestione della principale via marittima del Golfo.
Resta aperta anche la questione economica. Il diritto internazionale non consente di imporre un pedaggio per il semplice attraversamento di uno stretto naturale, ma permette di richiedere pagamenti per determinati servizi. Iran e Oman potrebbero quindi ottenere entrate attraverso attività legate alla sicurezza, all’assistenza alla navigazione, alla tutela ambientale e ai servizi portuali.
Teheran continua intanto a collegare la piena riapertura di Hormuz all’allentamento delle sanzioni e allo sblocco dei beni iraniani congelati, mentre Washington risponde aumentando la pressione contro gli acquirenti di petrolio iraniano. Lo stretto resta quindi una delle principali leve negoziali a disposizione della Repubblica islamica.
Il corridoio temporaneo concede maggiore spazio alla navigazione e può contribuire ad alleggerire le tensioni sui mercati, ma non risolve il confronto. L’Iran conserva infatti la possibilità di controllare e interrompere il traffico, trasformando la posizione geografica di Hormuz in uno strumento di pressione economica, politica e militare.




