di Giuseppe Gagliano –
L’operazione denominata “Lion’s Roar”, attribuita al Dipartimento della Difesa Usa e e rivolta contro obiettivi in Iran, segna un salto di qualità nella crisi mediorientale: Washington ha ancora una volta colpito sul territorio iraniano ritenendo compromessa la propria sicurezza o quella di Israele.
Per anni il confronto tra Stati Uniti e Iran si è consumato attraverso milizie, sanzioni, cyberattacchi e pressioni indirette. Con “Lion’s Roar“ la linea rossa della distanza geografica viene oltrepassata. È un messaggio tanto a Teheran quanto agli alleati regionali: la deterrenza americana non è solo dichiarata, è operativa.
Sul piano strategico un’operazione di questo tipo punta verosimilmente a infrastrutture sensibili: basi dei Guardiani della Rivoluzione, depositi missilistici, centri di comando o strutture legate al programma nucleare. La dottrina americana privilegia colpi rapidi, precisi, a basso profilo temporale, con l’obiettivo di degradare capacità specifiche senza innescare una guerra totale.
Il problema è che contro l’Iran non esiste il concetto di “colpo isolato”. Teheran ha costruito negli anni una profondità strategica fatta di milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto non viene letto come azione tecnica, ma come aggressione politica. La risposta potrebbe tuttavia non essere simmetrica, e potrebbe concretizzarsi con missili su basi americane nel Golfo, attacchi contro Israele, sabotaggi navali nello Stretto di Hormuz.
In termini militari, Washington conserva una superiorità netta in aviazione e capacità di proiezione. Ma l’Iran possiede uno strumento efficace: la guerra di logoramento regionale. Ed è proprio questo che trasforma ogni operazione “chirurgica” in un rischio sistemico.
L’impatto più immediato non è militare, ma energetico. L’Iran si affaccia sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Anche senza chiuderlo formalmente, basta aumentare la percezione di rischio per far salire i premi assicurativi, rallentare i traffici e spingere in alto il prezzo del greggio.
In un contesto già segnato da tensioni tra Russia e Iran sul mercato asiatico e da una crescente volatilità, “Lion’s Roar“ può innescare una nuova ondata speculativa. Un aumento duraturo del prezzo del petrolio favorirebbe temporaneamente alcuni esportatori, ma aggraverebbe l’inflazione globale e metterebbe sotto pressione economie importatrici europee e asiatiche.




