Iran. Colloqui di Islamabad: tensioni su nucleare e Stretto di Hormuz

di Shorsh Surme

In seguito al fallimento dei negoziati di Islamabad, sono emerse con chiarezza le profonde divergenze tra Stati Uniti e Iran, in particolare sul programma nucleare e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Nonostante ciò, i mediatori continuano a lavorare per mantenere la fragile tregua e colmare le distanze, nella speranza di riportare Washington e Teheran al tavolo negoziale e raggiungere un accordo più ampio.
Dopo quasi un’intera giornata di discussioni, il ciclo di colloqui tra i due Paesi si è concluso nelle prime ore di domenica mattina senza alcun risultato concreto, confermando quanto le posizioni restino distanti. L’incontro ha rappresentato il primo contatto diretto tra Stati Uniti e Iran in oltre un decennio, nonché il livello più alto di dialogo diplomatico dal 1979.
I negoziati erano stati avviati sabato, con l’obiettivo di allentare le tensioni e porre fine al conflitto, alla presenza di delegazioni di alto livello. Il dialogo era seguito all’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane, mediato dal Pakistan, dopo il conflitto iniziato il 28 febbraio e durato circa 40 giorni.
La delegazione statunitense, guidata dal vicepresidente J.D. Vance e affiancata dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, ha lasciato Islamabad senza un’intesa dopo oltre 20 ore di colloqui. Vance ha accusato Teheran di aver respinto le condizioni poste da Washington, in particolare quelle relative al futuro del programma nucleare iraniano. Di contro, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, a capo della delegazione di Teheran insieme al ministro degli Esteri Abbas Araqchi, ha sostenuto che gli Stati Uniti non siano riusciti a conquistare la fiducia iraniana, nonostante, a suo dire, la presentazione di “proposte costruttive”.
Secondo quanto riferito da fonti statunitensi ad Axios, Washington aveva avanzato richieste precise, tra cui la cessazione totale dell’arricchimento dell’uranio, lo smantellamento dei principali impianti nucleari, la consegna delle scorte di uranio altamente arricchito e l’adesione a un quadro regionale di sicurezza e de-escalation. A queste si aggiungevano la fine del sostegno a gruppi considerati “terroristici” dagli Stati Uniti, come Hamas, Hezbollah e il movimento Houthi, e l’impegno a garantire la piena apertura dello Stretto di Hormuz senza imposizione di pedaggi.
Già nella giornata di sabato Vance aveva dichiarato falliti i negoziati, affermando che Teheran aveva scelto di non accettare le condizioni statunitensi. Poche ore dopo, domenica mattina, il presidente Donald Trump ha annunciato l’imposizione di un blocco navale nello Stretto di Hormuz e l’avvio di procedimenti penali contro le navi che versano pedaggi all’Iran, sostenendo che la misura entrerà in vigore “immediatamente” con l’obiettivo di garantire la libera circolazione nello stretto.
Trump ha descritto i colloqui come “alla fine molto amichevoli”, affermando che Washington avrebbe ottenuto quasi tutto ciò che desiderava, fatta eccezione per la rinuncia dell’Iran alle ambizioni nucleari, e si è detto fiducioso in un possibile ritorno di Teheran al tavolo negoziale. Tuttavia, secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione statunitense starebbe valutando anche attacchi limitati contro l’Iran e un rafforzamento del controllo sullo Stretto di Hormuz come strumenti di pressione.
Nel frattempo, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato che, a partire da lunedì mattina, impedirà l’accesso alle rotte marittime iraniane. Sul fronte iraniano, il portavoce del Ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha riconosciuto che alcuni progressi sono stati compiuti, ma ha sottolineato che persistono divergenze su “due o tre questioni chiave”, sufficienti a bloccare un accordo finale.
Secondo l’agenzia Tasnim, Baghaei ha confermato che sono stati esaminati sia i dieci punti proposti da Teheran sia quelli avanzati da Washington, ribadendo che la via diplomatica resta aperta, pur ammettendo che nuove questioni, come la gestione dello Stretto di Hormuz, hanno complicato ulteriormente il negoziato. Anche il New York Times riferisce che i principali nodi irrisolti riguardano proprio lo Stretto, il destino di circa 900 libbre di uranio altamente arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare quasi 27 miliardi di dollari di entrate petrolifere congelate all’estero.