di Enrico Oliari

Giunto alla conclusione del suo viaggio in Iran, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha comunicato che la Repubblica islamica ha compiuto “un enorme sforzo” perchè finalmente si giunga alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano, per quanto abbia ravvisato la richiesta da parte di Teheran che essa coincida con la revoca delle sanzioni internazionali.

La firma dell’accordo con il “5+1” (Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Usa + Germania) è previsto a breve, anche perchè a fine mese scade il tempo utile prefissato per chiudere la questione.

Gentiloni, che a Teheran ha incontrato il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, il presidente Hassan Rohani, il presidente del Parlamento Ali Larijani, il consigliere per gli Affari internazionali della Guida suprema Khamenei, Ali Akbar Velayati, e il presidente del Consiglio del discernimento Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, si è detto soddisfatto per aver trovato un Iran “determinato”, con “buona volontà” di “portare avanti il negoziato sul nucleare” e che ha rispettato “le norme indicate dall’Aiea e dal Trattato di non proliferazione”.

E’ stato lo stesso presidente Rohani a raccomandare la “coincidenza tra il raggiungimento dell’accordo e l’eliminazione delle sanzioni”, ed anche Gentiloni ha confermato che “non è possibile per l’Iran assumere tutti gli impegni e accettare che una parte delle sanzioni resti in vigore”. Di certo, ha insistito il ministro italiano, Roma spingerà “perché il negoziato si concluda positivamente”, anche per “rilanciare e rafforzare le relazioni economiche bilaterali”.

La posizione di Washington rimane tuttavia quella di un alleggerimento graduale delle sanzioni, per cui sarà tutto da vedere in fase di trattative.

Come pure quanto dirà il premier israeliano Benjamin Netanyahu al Congresso Usa: invitato dal presidente della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner, “Bibì” ha già fatto sapere che terrà un duro discorso contro l’Iran e di contrarietà all’accordo sul nucleare, ma va detto che il suo intervento suona già ora come uno spot pubblicitario in vista delle elezioni del 17 marzo che si terranno in Israele, dopo che il governo è caduto in seguito al rifiuto delle “colombe”, cioè del ministro delle Finanze Yair Lapid e della responsabile della Giustizia Tzipi Livni, di firmare la proposta di legge governativa sulla proclamazione di Israele quale “Stato ebraico”.

L’arrivo di Netanyahu in un momento sì tanto delicato ha fatto infuriare il presidente Usa Barak Obama e il Segretario di Stato John Kerry, che già hanno fatto sapere di non volerlo incontrare. “La pazienza del segretario di Stato non è infinita”, ha fatto sapere in gennaio una fonte della segreteria, secondo la quale le relazioni fra i due paesi “sono salde”, ma “i giochetti politici con questo rapporto possono minare l’entusiasmo di Kerry come difensore d’Israele”.

Da parte sua Zarif ha rassicurato il collega italiano ed ha detto che Netanyahu non scalfire questa “unità di intenti”: “il suo tentativo è destinato al fallimento”.