di Giuseppe Gagliano –
La crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele entra in una fase ancora più pericolosa dopo la decisione della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei di vietare l’invio all’estero dell’uranio arricchito quasi a livello militare. La questione nucleare non riguarda più soltanto il controllo tecnico dell’arricchimento, ma il rapporto di forza tra Teheran e l’Occidente.
Per l’Iran, le scorte di uranio rappresentano una garanzia strategica costruita attraverso anni di sanzioni, sabotaggi e isolamento internazionale. Gli Stati Uniti, invece, puntano a eliminare la capacità iraniana di avvicinarsi alla soglia nucleare. Donald Trump ha ribadito che Washington vuole ottenere e distruggere quelle riserve, mentre Teheran insiste sul fatto che il materiale resterà nel Paese.
Parallelamente cresce la tensione sullo Stretto di Hormuz, da cui transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiale prima dell’escalation militare. Il traffico marittimo si è drasticamente ridotto e l’Iran punta ora a trasformare Hormuz in uno strumento di pressione geopolitica, introducendo autorizzazioni, priorità commerciali e possibili tariffe per le navi considerate amiche.
Per Washington questa prospettiva è inaccettabile. Gli Stati Uniti continuano a sostenere il principio della libera navigazione internazionale e vedono nel tentativo iraniano di regolamentare il passaggio nello Stretto una sfida diretta all’ordine marittimo globale.
La tensione si estende anche agli Emirati Arabi Uniti e all’intero Golfo Persico. Teheran ha annunciato la creazione di un’Autorità iraniana per lo Stretto, pubblicando mappe che estendono la propria supervisione marittima verso aree vicine agli Emirati e all’Oman. La mossa ha un significato militare ma anche simbolico e identitario, rafforzando la rivendicazione iraniana sul “Golfo Persico” contro la definizione araba della regione.
Secondo le accuse emiratine, milizie filo iraniane avrebbero inoltre colpito infrastrutture strategiche nel Golfo, compresa la centrale nucleare di Barakah. Se confermata, la dinamica mostrerebbe l’espansione della guerra attraverso attacchi indiretti contro energia, porti e infrastrutture civili regionali.
Sul piano militare, l’Iran continua a puntare sulla deterrenza asimmetrica. Teheran non può sostenere una guerra convenzionale prolungata contro Stati Uniti e Israele, ma può colpire l’economia mondiale attraverso missili, droni, sabotaggi marittimi, cyberattacchi e pressioni sulle rotte energetiche.
Le Guardie Rivoluzionarie hanno avvertito che eventuali nuovi attacchi americani provocherebbero rappresaglie anche fuori dal Golfo. Il rischio è quello di una guerra a intensità variabile, senza dichiarazioni formali ma con escalation continue tra Iran, Israele, Stati Uniti e reti regionali alleate di Teheran.
L’impatto energetico globale è già evidente. L’Agenzia Internazionale dell’Energia considera il conflitto uno dei più gravi shock energetici recenti. L’aumento dei premi assicurativi, l’insicurezza delle rotte e la riduzione del traffico marittimo minacciano forniture, prezzi del petrolio e stabilità dei mercati internazionali.
L’Europa appare particolarmente vulnerabile dopo la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Il continente si trova ora esposto alla volatilità del Medio Oriente e alla competizione globale sulle forniture di gas e petrolio.
Intanto all’interno dell’Iran cresce la pressione sociale. Il blackout di internet imposto dal regime ha ridotto drasticamente la connettività nazionale, colpendo imprese, famiglie e opposizione politica. Teheran teme che la crisi esterna possa trasformarsi in una nuova ondata di proteste interne dopo le violenze e le repressioni degli ultimi mesi.
Lo scenario più probabile resta quello di negoziati intermittenti accompagnati da escalation controllate. Washington vuole garanzie sul nucleare e sulla libertà di navigazione, mentre Teheran cerca alleggerimento delle sanzioni e riconoscimento del proprio ruolo regionale. Israele, però, continua a puntare a un ridimensionamento strutturale delle capacità nucleari e missilistiche iraniane.
La partita reale riguarda ormai il controllo delle infrastrutture vitali della globalizzazione: uranio, rotte marittime, energia, porti e sistemi logistici. Per l’Iran, mantenere il controllo su Hormuz e sul proprio programma nucleare significa evitare di tornare a essere un Paese senza strumenti di pressione strategica.




