di Giuseppe Gagliano

L’ipotesi che milizie curde iraniane, sostenute in modo più o meno diretto dagli Stati Uniti e incoraggiate da Israele, possano entrare in Iran dal Kurdistan iracheno non è soltanto un episodio tattico dentro l’attuale escalation militare. È, piuttosto, il segnale di un possibile salto di qualità del conflitto: dalla guerra aerea e missilistica a una destabilizzazione terrestre fondata sull’uso delle fratture etniche e periferiche della Repubblica islamica. In altri termini, non si tratterebbe più soltanto di colpire infrastrutture, comandi e apparati militari, ma di aprire un fronte interno capace di logorare il potere centrale dall’interno.

La logica dell’operazione è chiara. Se Teheran è già sottoposta a bombardamenti, tensioni istituzionali e pressione psicologica, l’ingresso di forze curde nelle aree nordoccidentali del Paese servirebbe ad allargare il campo della crisi, costringendo l’apparato iraniano a disperdere uomini, mezzi e capacità di comando. L’obiettivo politico implicito sarebbe quello di incoraggiare, accanto ai curdi, anche altri gruppi minoritari come beluci e azeri a sfidare il centro persiano-sciita. È una strategia classica di sovraccarico del nemico: non batterlo in un solo punto, ma costringerlo a reggere troppe pressioni contemporaneamente.

L’alleanza tra i gruppi curdi iraniani, costituita nel Kurdistan iracheno, rappresenta un tentativo di coordinare sigle che in passato hanno spesso agito in ordine sparso, con identità ideologiche differenti e capacità militari molto disomogenee. Alcuni di questi movimenti hanno una struttura armata consolidata, altri dispongono soprattutto di reti politiche e di radicamento locale. Ma il punto decisivo non è la loro omogeneità: è la loro utilità come forza di disturbo in una fase di guerra regionale.

Washington, almeno ufficialmente, mantiene un linguaggio ambiguo. Smentisce un coinvolgimento diretto nell’armamento dei combattenti curdi, ma lascia filtrare abbastanza elementi da far capire che il dossier è quantomeno sul tavolo. Questa ambiguità non è casuale. Serve a conservare margini di manovra: se l’operazione funziona, potrà essere letta come un elemento utile alla pressione sul regime; se fallisce, potrà essere formalmente disconosciuta. È il vecchio vantaggio della guerra per interposta forza.

Tuttavia il problema, per i curdi, resta sempre lo stesso: la loro funzione strategica per le grandi potenze è spesso superiore alla volontà di proteggerli nel lungo periodo. La storia recente lo dimostra. Ogni volta che il calcolo geopolitico di Washington cambia, il sostegno alle milizie curde può ridursi, svanire o perfino rovesciarsi. Per questo, dietro la retorica della liberazione, i curdi iraniani rischiano di trovarsi ancora una volta nella posizione di strumento provvisorio dentro una partita molto più grande di loro.

Dal punto di vista strettamente militare, l’ingresso di alcune migliaia di combattenti oltre confine può certamente produrre effetti locali: sabotaggi, imboscate, controllo temporaneo di aree periferiche, interruzione delle linee di comunicazione, pressione sulle guarnigioni dell’Iran nordoccidentale. Ma trasformare questo in una minaccia esistenziale per il regime è un’altra questione.

L’apparato coercitivo iraniano, pur colpito, resta profondo, ramificato e abituato alla repressione interna. Guardie rivoluzionarie, intelligence, milizie locali e reti di controllo territoriale mantengono una capacità di risposta che non può essere liquidata con leggerezza. La guerra irregolare può logorare, può obbligare Teheran a redistribuire forze, ma difficilmente può da sola abbattere uno Stato che conserva ancora catene di comando, armamento pesante e una lunga esperienza nel contenimento delle insurrezioni periferiche.

Anzi, esiste un rischio opposto: che l’annuncio stesso dell’operazione serva a provocare una reazione brutale di Teheran contro le aree curde, trasformando la repressione in uno strumento di ricompattamento interno del potere. In questo senso, la spettacolarizzazione preventiva dell’infiltrazione potrebbe essere parte della guerra psicologica più che il preludio a un vero capovolgimento militare.

Il vero convitato di pietra di questa crisi è Ankara. Per la Turchia, la possibilità che gruppi legati in varia misura all’universo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan possano rafforzarsi sul lato iraniano del confine è una minaccia strategica diretta. Non conta soltanto ciò che questi gruppi fanno contro Teheran; conta ciò che possono diventare domani nello spazio curdo regionale.

Se dal caos dovesse emergere un nuovo nucleo armato stabile, appoggiato da reti transfrontaliere e insediato in una zona contigua all’Iraq curdo, per Ankara sarebbe il seme di una futura entità ostile ai suoi confini. È per questo che la Turchia esercita pressione sul Governo Regionale del Kurdistan e, dietro la prudenza diplomatica, fa capire che non accetterà la nascita di un altro corridoio politico-militare curdo fuori controllo.

La posizione turca rende l’intero progetto ancora più fragile. Perché trasforma il fronte anti-iraniano in una partita a tre livelli: contro Teheran, sotto sorveglianza americana, ma con il veto implicito di Ankara. Una costruzione del genere può produrre attriti continui, doppi giochi e ripensamenti improvvisi.

Sul piano economico, l’apertura di un fronte curdo in Iran aggraverebbe immediatamente l’instabilità di una regione già decisiva per energia, transiti e assicurazioni marittime. Anche se le operazioni si concentrassero nel nordovest iraniano, il messaggio ai mercati sarebbe semplice: il conflitto non è più confinato a bombardamenti selettivi, ma può degenerare in frammentazione territoriale. Questo aumenta il premio di rischio sull’intera area, rafforza la volatilità energetica e alimenta nuove tensioni sui prezzi del petrolio, sui costi logistici e sulle coperture assicurative.

Dal punto di vista geoeconomico, la crisi mette in discussione non solo la tenuta dell’Iran ma anche il ruolo del Kurdistan iracheno come piattaforma di retrovia, corridoio politico e spazio di mediazione. Se Erbil e Sulaimaniyah diventano il retrobottega operativo di una guerra per procura, il loro valore strategico cresce, ma cresce insieme alla loro vulnerabilità. In altre parole: più diventano utili per Washington e Israele, più diventano bersagli per Teheran e motivo di pressione per Ankara.

L’idea di usare il fattore curdo come acceleratore della crisi iraniana seduce perché sembra offrire una scorciatoia: colpire il regime là dove è più nervoso, cioè nelle sue periferie etniche. Ma le scorciatoie, in Medio Oriente, hanno quasi sempre un prezzo molto più alto del vantaggio immediato. Se l’operazione partisse davvero, potrebbe aprire una fase nuova e più caotica della guerra: meno controllabile, più regionale, più esposta a reazioni incrociate.

Il punto essenziale è questo: infilare milizie in territorio iraniano può aumentare il disordine; trasformare quel disordine in un cambio di regime è molto meno probabile. Più verosimile, invece, è un esito diverso: una lunga spirale di rappresaglie, repressioni, attacchi transfrontalieri e tensioni tra Iran, Iraq, Turchia e potenze occidentali. E quando una crisi comincia a vivere di fronti multipli, minoranze armate e potenze che si muovono per procura, il rischio non è soltanto la caduta di un regime. È l’avvio di una nuova stagione di frammentazione regionale.