Iran. I Pasdaran, ‘uccideremo Netanyahu’

Nuova ondata di missili iraniani sulla regione, mentre Usa e Israele continuano a bombardare la Repubblica Islamica. La Corea del Sud valuta se inviare navi per tenere aperto lo Stretto di Hormuz.

di Enrico Oliari

La tensione tra Stati Uniti e Iran continua a crescere dopo il bombardamento americano sull’isola iraniana di Kharg. Teheran ha reagito minacciando possibili azioni di rappresaglia contro diversi Paesi del Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita. Tra i possibili obiettivi indicati ci sarebbero infrastrutture portuali negli Emirati e terminal petroliferi della regione.
Il presidente statunitense Donald Trump ha commentato la situazione definendo queste mosse “completamente immotivate” e affermando di essere rimasto sorpreso dalle minacce iraniane. Sul fronte diplomatico, il leader americano ha inoltre dichiarato che al momento non esistono le condizioni per avviare un negoziato che porti alla fine del conflitto.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc) ha annunciato la “cinquantesima ondata” di attacchi. Nello stesso contesto è stata lanciata anche una minaccia diretta al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In un comunicato diffuso dall’agenzia Fars, le Guardie Rivoluzionarie hanno affermato di voler continuare a perseguire Netanyahu “con ogni mezzo possibile”. Nel testo vengono citate anche le indiscrezioni circolate negli ultimi giorni su un presunto missile che avrebbe preso di mira il premier israeliano. Secondo i Pasdaran, queste voci sarebbero il segnale delle difficoltà e delle tensioni interne che starebbero attraversando Israele.
Le forze iraniane hanno inoltre rivendicato un’operazione che avrebbe colpito zone industriali di Tel Aviv e tre installazioni militari americane situate nella regione: la base aerea di Harir, nei pressi di Erbil, e quelle di Ali Salem e Arifjan. Nella loro versione dei fatti, il continuo intervento delle ambulanze dimostrerebbe l’entità dei danni provocati dagli attacchi. Teheran sostiene inoltre che Stati Uniti e Israele starebbero nascondendo il numero effettivo di morti e feriti.
Parallelamente, Donald Trump ha espresso dubbi sulla sorte della nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah Khamenei. Durante un’intervista all’emittente Nbc, il presidente americano ha osservato che il nuovo leader non è apparso in televisione nel suo primo discorso ufficiale, andato in onda giovedì e letto da un giornalista. “Non so nemmeno se sia ancora vivo, finora nessuno lo ha mostrato”, ha dichiarato Trump. Il presidente ha poi aggiunto che, qualora fosse effettivamente in vita, dovrebbe “fare la scelta più intelligente per il suo Paese, cioè arrendersi”.
Le autorità iraniane hanno però respinto queste insinuazioni. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha assicurato che Mojtaba Khamenei è in buona salute e continua a esercitare pienamente la guida del Paese. Come riportato dall’agenzia Irna, Araghchi ha inoltre sottolineato che la situazione interna dell’Iran rimane sotto controllo nonostante le voci circolate dopo la mancata apparizione in video del leader.
Per ora, sia Washington sia Teheran sembrano escludere qualsiasi ipotesi di accordo nel breve periodo.
Nel frattempo anche altri attori internazionali osservano con attenzione la crisi. La Corea del Sud, ad esempio, sarebbe in contatto diretto con gli Stati Uniti e starebbe valutando la possibilità di inviare unità navali nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe quello di garantire la sicurezza della navigazione in uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio energetico mondiale.
Un funzionario presidenziale sudcoreano, citato dall’agenzia Yonhap, ha ricordato che la libertà di navigazione e la sicurezza delle rotte commerciali internazionali rappresentano un interesse condiviso dalla comunità internazionale e sono tutelate dal diritto internazionale. Per questo motivo, ha aggiunto, Seul auspica un rapido ritorno alla normalità del traffico marittimo globale.