Iran. Il colpo (annunciato) degli Usa e il calcolo strategico con Teheran

di Giuseppe Gagliano

In apparenza l’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro i tre principali impianti nucleari iraniani, cioè Fordow, Natanz e Isfahan, è stato un atto di forza unilaterale, una risposta muscolare al crescente allarme occidentale sul programma nucleare di Teheran. In realtà, dietro le bombe sganciate dai B-2 e i missili Tomahawk lanciati dai sottomarini si cela una dinamica molto più ambigua: secondo quanto rivelato da Amwaj Media, Washington avrebbe preventivamente informato l’Iran, avvertendolo di non interpretare l’attacco come l’inizio di una guerra su larga scala.
Un dettaglio che cambia radicalmente la lettura dell’intera operazione. Secondo un alto funzionario iraniano, l’amministrazione Trump, oggi tornata al potere, avrebbe comunicato che si trattava di un raid “una tantum”, calibrato per colpire simbolicamente ma senza oltrepassare la soglia della guerra aperta. Gli impianti erano stati evacuati, le scorte di uranio arricchito messe in salvo, le strutture colpite ma le risorse strategiche del programma nucleare non compromesse. Una guerra di facciata? O una pantomima concordata?
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato la natura limitata dell’attacco: nessun cambio di regime, nessuna escalation pianificata. A confermarlo, anche il generale Dan Caine, presidente dello Stato Maggiore congiunto, che ha definito la missione “tecnicamente compiuta”, sottolineando però che le valutazioni dei danni richiederanno tempo. Ma le immagini satellitari e le fonti iraniane convergono su un punto: l’Iran ha saputo in anticipo e ha protetto l’essenziale.
Il nome dato all’operazione, “Midnight Hammer”, evoca un blitz notturno fulmineo, ma in realtà tutto sembra costruito per rievocare un altro schema già noto: il lancio simbolico di missili iraniani contro basi USA in Iraq dopo l’uccisione di Qassem Soleimani nel 2020. Un gioco di specchi, dove ogni parte colpisce, ma senza voler colpire davvero.
I dettagli tecnici dell’operazione rafforzano l’idea di un messaggio, più che di un annientamento: tre B-2 partiti direttamente dagli Stati Uniti con sei bombe bunker-buster MOP da 30.000 libbre, due dirette a ciascun ingresso della struttura di Fordow, e altre due al sistema di ventilazione. In parallelo, 30 Tomahawk americani sui siti già martellati dagli israeliani. Risultato: obiettivi colpiti, ma non cancellati.
Trump ha rivendicato una distruzione “completa e totale”. Ma anche qui, le parole superano la realtà fisica: Fordow è a 90 metri sotto terra, protetta da cemento armato e roccia. Servirebbero attacchi multipli e ripetuti per causare danni irreparabili, e questo lo sanno bene anche gli analisti militari occidentali.
Non è dunque un caso se l’Iran ha subito accusato l’AIEA di non aver impedito quella che ha definito “una violazione brutale” del Trattato di Non Proliferazione, ma ha anche lasciato intendere di avere ancora margini di manovra. Il consigliere di Khamenei, Ali Shamkhani, ha lanciato un messaggio chiaro: anche se i siti fossero stati distrutti, il know-how, i materiali e soprattutto la volontà politica restano intatti. “La partita non è finita”, ha dichiarato, evocando la possibilità di future sorprese.
Il quadro che emerge è quello di una guerra “negoziata”, dove il confronto si manifesta in forma simbolica, mantenendo una soglia di escalation sotto controllo. Gli USA colpiscono, ma avvertono. L’Iran subisce, ma protegge le sue risorse. Israele spinge, ma resta nel cono d’ombra. E la comunità internazionale assiste, mentre l’AIEA viene accusata di impotenza.
In questo contesto, il raid USA non rappresenta tanto una svolta militare, quanto una mossa diplomatica mascherata da attacco. Un segnale al mondo, ma anche all’Iran stesso: il confronto può salire di tono, ma non deve uscire dai binari. Per ora.