di Giuseppe Ianniello –

La famosa copertina dell’ultimo “Charlie Hebdo” continua a far parlare di sè. Dopo i tragici fatti di Parigi, il mondo musulmano, anche se non tutto, resta ancora in collera.Dopo manifestazioni violente, attacchi verbali, comunicati, l’Hollande dall’aria nazista messo in prima pagina su un giornale marocchino, non sembra aver calmato gli animi.

La caricatura del Profeta in lacrime con in mano il famoso cartello con scritto “Je suis Charlie” in Iran, il 16 gennaio scorso, scateno un’accesa protesta che ebbe luogo fuori dall’ambasciata Francese, con tanto di cori come : “Morte alla Francia. Morte ad Israele” e “Noi amiamo il Profeta”. Oggi, la battaglia continua ancora sulla carta stampata. Infatti, secondo informazioni del Tehran Times, a breve, verrà indetto un concorso di vignette sull’Olocausto, organizzato dalla Casa del Fumetto iraniana, dal comune di Teheran e dal centro culturale Sarcheshmeh. Il vincitore si porterà a casa una somma di 12.000 dollari, il secondo classificato 8.000 ed il terzo 5.000; le opere poi, come se non bastasse, verranno esposte presso il museo di arte contemporanea della Palestina e in altri luoghi della capitale iraniana.

Come è stato detto nella conferenza stampa da Masoud Shojaei-Tabatabai, segretario del concorso nonché direttore della Casa del Fumetto: “il termine ultimo per inviare i propri contributi che, potranno giungere da tutte le parti del mondo, è il primo aprile”; in questa occasione si è fatto anche notare come questa sia una chiara risposta alle pubblicazione del giornale “Jyllands-Posten”, raffiguranti Maometto e alla vignetta satirica del giornale francese “Charlie Hebdo”, gesto definito dall’Iran come “un insulto”. Dure le parole di risposta arrivate da Israele e dalle organizzazioni ebraiche di tutto il mondo.

L’Iran non è nuovo ad iniziative di questo genere. Il giornale Hamshahri, già nel 2006, aveva lanciato un concorso simile riguardante caricature sull’Olocausto dicendo che sarebbe stato organizzato per denunciare la più grande “ipocrisia occidentale” sulla libertà d’espressione.