di Shorsh Surme –
Nessuno può dire con certezza se il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sia in grado di fermare la guerra che ha innescato poche ore fa, o se si sia preparato a condurla fino a una conclusione che forse non aveva nemmeno preso in considerazione. Da quando ha annunciato l’inizio di “operazioni di combattimento su larga scala” all’interno del territorio iraniano, il Medio Oriente è precipitato sull’orlo di una nuova fase di escalation, segnata da contraddizioni che rendono quasi impossibile prevederne l’evoluzione.
“Il nostro obiettivo è eliminare le minacce poste dal regime iraniano”, ha dichiarato Trump per giustificare l’azione militare. Allo stesso tempo, però, si è rivolto agli iraniani con messaggi contraddittori: a volte promettendo “totale immunità” a chi avesse deposto le armi, altre volte avvertendo che “le bombe cadranno ovunque”. Questo mix di minacce e incentivi riflette la confusione che sembra attanagliare la Casa Bianca di fronte ai molteplici scenari che lo scontro potrebbe generare.
Trump stesso appare intrappolato nelle contraddizioni della sua decisione. È il presidente che ha costruito la propria campagna elettorale sulla promessa di porre fine alle “guerre infinite”, si è ritirato dall’Afghanistan lasciando un’eredità di frustrazione e ora rischia di trascinare gli Stati Uniti in un nuovo conflitto con l’Iran, forse il più complesso e pericoloso della storia recente della regione. I sondaggi mostrano che l’opinione pubblica americana non è pronta per una nuova avventura militare: uno studio dell’Università del Maryland e dell’SSRS Institute (febbraio 2026) indica che il 49% degli americani si oppone fermamente agli attacchi contro l’Iran, mentre il sostegno non supera il 21%, una cifra molto più bassa rispetto al 72% registrato per la guerra in Iraq nel 2003.
Anche nella base repubblicana, pilastro del sostegno a Trump, prevale la divisione: il 25% è contrario alla guerra e il 35% è indeciso. Figure influenti del movimento “America First”, come Steve Bannon, Marjorie Taylor Greene e Charlie Kirk, hanno espresso apertamente la loro opposizione, sostenendo che un nuovo conflitto tradirebbe le promesse fatte da Trump ai suoi sostenitori.
Il vero dilemma del presidente, però, non è solo politico. Nelle ultime settimane Trump ha accumulato una forza militare imponente nella regione: la portaerei USS Gerald R. Ford, decine di caccia F-22 schierati nella base israeliana di Ovda, l’evacuazione del personale non essenziale dalle ambasciate in Israele e Libano, la parziale chiusura dello spazio aereo degli Emirati Arabi Uniti e uno stato di allerta generalizzato in tutto il Golfo. Questa dimostrazione di forza ha creato aspettative nazionali e internazionali di uno scontro imminente, rendendo una ritirata senza risultati tangibili quasi un’ammissione di sconfitta. Analisti militari parlano di una “trappola dell’impegno”: Trump avrebbe ormai poche alternative alla prosecuzione della guerra, pena il crollo della sua immagine di leader forte.
Gli esperti delineano diversi scenari possibili, che vanno da un attacco limitato a una guerra regionale su vasta scala. Washington potrebbe colpire obiettivi nucleari e missilistici, dichiarare “vittoria” e chiedere un nuovo round di negoziati. L’Iran potrebbe accettare un cessate il fuoco, ma la crisi resterebbe irrisolta e il dossier nucleare rimarrebbe aperto. Un altro scenario, auspicato da Washington ma ritenuto improbabile, è il rafforzamento delle fazioni moderate in Iran. Il regime, tuttavia, fonda la propria legittimità sulla resistenza all’ingerenza straniera, e un governo percepito come imposto dagli Stati Uniti nascerebbe inevitabilmente delegittimato.
Non si può escludere neppure un collasso del regime, se gli attacchi dovessero provocare il crollo dello Stato e aprire la strada a un governo di transizione guidato da figure dell’opposizione, come Reza Pahlavi. Ma questo scenario rischierebbe di trasformare l’Iran in un nuovo Iraq del 2003 o in una nuova Libia del 2011, con caos diffuso e conflitti interni. Più realistico, secondo molti analisti, è il rischio di una guerra lunga e costosa. Il test del giugno 2025, durato dodici giorni, ha mostrato la capacità iraniana di colpire in profondità Israele con missili balistici. In un conflitto su vasta scala Teheran potrebbe attivare i suoi alleati in Libano, Yemen, Iraq e Siria, trasformando il Medio Oriente in un fronte multiplo. Le basi americane nel Golfo sarebbero nel raggio dei missili iraniani, lo Stretto di Hormuz potrebbe chiudersi e i mercati petroliferi subire uno shock senza precedenti dal 1973.
Le guerre moderne, come dimostra il caso ucraino, raramente si concludono con una vittoria netta. Un conflitto contro l’Iran potrebbe trasformarsi in una guerra di logoramento, prosciugando risorse americane e spingendo Teheran verso un’alleanza ancora più stretta con Russia e Cina. Non è da escludere, infine, il ritorno allo status quo: gli Stati Uniti dichiarano di aver raggiunto i propri obiettivi, l’Iran proclama di aver resistito all’aggressione e la situazione torna a un equilibrio instabile, con una retorica più dura ma senza cambiamenti sostanziali.
Il vicepresidente J.D. Vance ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica affermando che “non c’è alcuna possibilità” che gli attacchi si trasformino in una guerra prolungata, citando la sua esperienza in Iraq, dove sostiene di essere stato “ingannato” sulle giustificazioni del conflitto. Ma la storia insegna che le guerre raramente seguono i piani iniziali e che, una volta superata la soglia dell’escalation, controllarne il corso è come tentare di fermare una valanga.
Israele, e in particolare Benjamin Netanyahu, sta giocando un ruolo decisivo nello spingere Trump verso opzioni più aggressive. Per Tel Aviv questo è un momento storico per colpire il programma nucleare iraniano, le capacità missilistiche di Hezbollah e l’influenza regionale di Teheran. Ma un “cambio di regime” in Iran è davvero ottenibile senza una costosa invasione di terra?
Gli alleati arabi degli Stati Uniti, come Arabia Saudita e Giordania, hanno dichiarato che non permetteranno l’uso del loro spazio aereo per operazioni militari, temendo una conflagrazione regionale dalle conseguenze economiche e di sicurezza devastanti. Russia e Cina osservano con apprensione: un cambiamento radicale a Teheran significherebbe la perdita di un alleato strategico in una regione cruciale.
Sul fronte interno, il regime iraniano, indebolito da proteste e sanzioni, potrebbe sfruttare la guerra per ricompattare il Paese sotto la bandiera della difesa nazionale. L’esperienza della guerra Iran-Iraq (1980-1988) mostra che il conflitto può rafforzare la coesione interna e che la retorica della resistenza trova terreno fertile in una popolazione provata dalla crisi economica.
L’attacco è iniziato, i missili sono stati lanciati e la regione trema sotto il peso delle bombe che, come promesso da Trump, “cadono ovunque”. Ma la domanda che rimarrà aperta nei prossimi giorni e settimane è se il presidente riuscirà a controllare il mostro della guerra che ha liberato. Diventerà l’uomo che ha posto fine alla minaccia nucleare iraniana o l’ennesimo leader impantanato nel pantano mediorientale? Teheran ha ancora molte carte da giocare e la regione attende con ansia il più grande e drammatico sviluppo dai tempi dell’invasione dell’Iraq, più di vent’anni fa.












