di Manuel Giannantonio –

Descritto come “storico”, l’accordo sul nucleare iraniano costituisce una svolta nelle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Iran. Ma impedisce realmente alla Repubblica Islamica di dotarsi della bomba atomica? Il presidente Usa Barack Obama è convinto di no: “Grazie a questo accordo, la comunità internazionale sarà capace di assicurarsi che la Repubblica islamica dell’Iran non sviluppi un’arma nucleare”, ha affermato dalla Casa Bianca. “Tutte le vie verso l’armamento atomico sono state bloccate”, ha assicurato. E nel suo intervento alla tv pubblica il suo omologo iraniano Hassan Rohani ha ribadito che il suo paese “non cerca e non cercherà mai di avere armi nucleari”.

I sospetti degli occidentali nacquero con la scoperta nel 2002 di un sito nucleare segreto e di una fabbrica in cui veniva applicato il processo di arricchimento dell’uranio, a Natanz. Scoperte che segnarono inevitabilmente l’inizio di una crisi diplomatica di 12 anni.

Per rassicurare i senatori scettici che dovranno valutare l’accordo, Obama ha spiegato che “Questo accordo non è fondato sulla fiducia. È fondato sulle verifiche”, e “Gli ispettori avranno un accesso 24 ore su 24 alle installazioni iraniane”.

L’accordo concluso a Vienna limita considerevolmente le capacità nucleari dell’Iran, ovvero è stata colpita la capacità di arricchire l’uranio al di sopra di un determinato livello, cosa che precluderà la via alla bomba atomica. Teheran infatti non potrà mantenere in attività più di un’azienda per l’arricchimento dell’uranio e non potrà arricchire il metallo oltre il 3,67% per quindici anni (per completare una testata nucleare serve un arricchimento del 90% dell’uranio).

Delle 19mila centrifughe che possiede attualmente, di cui 10.200 sono in attività, la Repubblica Islamica potrà conservarne solo 6.104 per una durata di dieci anni. Quanto alla quantità di uranio già arricchito, l’Iran potrà mantenerne solo 300 chilogrammi sui 10mila attuali. Al contrario, nessuna scorta di uranio al tasso critico del 20% è autorizzata. Inoltre l’altro sito che possedeva l’Iran, quello sotterraneo di Fordo, è stato trasformato in un Centro fisico di tecnologie nucleari. Così, l’Iran non potrà condurre attività di arricchimento dell’uranio per quindici anni, nonostante conservi centrifughe di IR-1 inattive.

Per quanto concerne il plutonio, l’altro elemento che permette di realizzare una bomba atomica, le grandi potenze si sono assicurate che il controverso reattore di Arak non possa produrre plutonio in quantità per scopi militari. Secondo diversi rapporti dei servizi occidentali, l’Iran avrebbe cessato di dotarsi di armamento atomico dal 2003. Tuttavia, ha proseguito le attività di arricchimento dell’uranio a basse percentuali, come consentito dal Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP).

Oltre ai siti nucleari dichiarati, già ispezionati, gli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), potranno ispezionare i siti militari iraniani in caso di sospetto di attività nucleare illegale, in virtù del protocollo addizionale del trattato di non proliferazione nucleare che l’Iran si è impegnato a ratificare. Queste verifiche comprendono il controverso sito militare di Parchin, dove l’Iran è già sospettato di condurre o di aver condotto attività di natura illegale.

Il mancato rispetto degli impegni consentirà alla comunità internazionale di intervenire in uno “SnapBack” di 65 giorni, entro il quale riattivare le sanzioni.