di Giuseppe Gagliano –
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non è più un conflitto regionale circoscritto al Medio Oriente. Sta progressivamente assumendo la forma di una crisi sistemica capace di produrre effetti a catena su economie fragili, rotte energetiche globali e assetti geopolitici già instabili. L’annuncio del Pakistan di misure straordinarie di austerità rappresenta uno dei primi segnali concreti di questa trasformazione.
Il governo di Islamabad ha deciso di ridurre drasticamente i consumi energetici dello Stato: uffici pubblici operativi quattro giorni alla settimana, scuole chiuse temporaneamente, lavoro da remoto per metà della forza lavoro e un taglio del carburante per i veicoli governativi. Perfino gli stipendi dei parlamentari saranno ridotti. Non è una misura simbolica. È la risposta immediata a una crisi petrolifera che rischia di travolgere le economie più esposte alla volatilità dei prezzi energetici.
Alla base di questa tensione c’è un punto geografico che continua a determinare gli equilibri del sistema energetico mondiale: lo Stretto di Hormuz. Da quel passaggio marittimo transita circa un quinto del petrolio globale. La minaccia iraniana di colpire o bloccare le petroliere rappresenta quindi una leva strategica enorme.
Donald Trump ha reagito con un linguaggio che richiama le logiche della deterrenza classica. Ha dichiarato che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran “venti volte più duramente” se Teheran tenterà di interrompere il traffico energetico nello stretto. È una dichiarazione che rivela un obiettivo preciso: impedire che l’Iran trasformi il controllo geografico dello stretto in un’arma geopolitica capace di destabilizzare i mercati globali.
Teheran, però, ha risposto negando che il proprio programma missilistico sia stato neutralizzato, come sostengono gli Stati Uniti. Secondo il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, l’Iran starebbe schierando un numero crescente di missili con testate superiori a una tonnellata. Un messaggio chiaro: la capacità di deterrenza iraniana resta intatta.
Il caso pakistano mostra quanto rapidamente una guerra regionale possa trasformarsi in una crisi economica globale. Islamabad dipende fortemente dalle importazioni di energia e un aumento improvviso del prezzo del petrolio colpisce immediatamente il bilancio pubblico e la stabilità sociale.
Ma il Pakistan non è l’unico Paese vulnerabile. Molte economie emergenti dell’Asia e dell’Africa si trovano nella stessa condizione. Il prezzo del petrolio, se dovesse superare stabilmente i 120 o 150 dollari al barile, rischierebbe di generare un’ondata inflazionistica paragonabile a quella degli shock petroliferi degli anni Settanta.
In altre parole, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente. Riguarda l’intera architettura energetica del sistema internazionale.
Sul piano militare, il confronto resta dominato da una logica di deterrenza incrociata. Gli Stati Uniti possiedono una superiorità tecnologica e aeronavale evidente, ma l’Iran dispone di una rete di strumenti asimmetrici estremamente efficace: missili balistici, droni, milizie regionali e soprattutto la possibilità di minacciare le rotte energetiche.
Il risultato è un equilibrio instabile. Washington può infliggere danni devastanti all’apparato militare iraniano, ma non può eliminare rapidamente la capacità di Teheran di destabilizzare la regione.
Ed è proprio questo il punto cruciale. La strategia iraniana non mira necessariamente alla vittoria militare. Mira piuttosto a rendere il costo della guerra insostenibile per i suoi avversari.
Se il conflitto dovesse prolungarsi, gli effetti geopolitici sarebbero profondi. Russia e Cina potrebbero trarre vantaggio da un aumento della dipendenza energetica di molti Paesi. L’Europa, già fragile sul piano energetico, rischierebbe una nuova fase di instabilità economica. E il Sud globale sarebbe il primo a pagare il prezzo di una nuova crisi petrolifera.
Il caso del Pakistan, con il suo piano di austerità di guerra, è quindi molto più di una misura interna. È il segnale che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sta entrando in una nuova fase: quella in cui le conseguenze economiche iniziano a propagarsi ben oltre il campo di battaglia.
Quando accade questo, la guerra smette di essere locale. Diventa sistemica. E le sue onde d’urto attraversano l’intero ordine internazionale.












