Iran. La nuova chiusura di Hormuz porta la guerra al cuore dell’economia mondiale

di Giuseppe Gagliano –

La decisione dell’Iran di chiudere nuovamente lo Stretto di Hormuz segna un salto di qualità nello scontro con gli Stati Uniti, trasformando il principale corridoio energetico mondiale in uno strumento di pressione politica e militare. Teheran giustifica il provvedimento sostenendo di aver fermato un’imbarcazione che avrebbe violato le rotte autorizzate, annunciando la chiusura dello Stretto fino alla cessazione delle interferenze statunitensi nella regione.
Più che un blocco totale della navigazione, l’obiettivo iraniano sembra essere quello di rendere il traffico marittimo incerto e costoso. Attraverso mine navali, missili antinave, droni e attacchi mirati contro le petroliere, Teheran punta ad aumentare i costi assicurativi, rallentare i transiti e destabilizzare i mercati energetici, pur senza poter controllare stabilmente l’intero passaggio.
Un’eventuale crisi prolungata avrebbe ripercussioni immediate sui prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto, con effetti su inflazione, trasporti e industria. Tra i Paesi più esposti figurano le economie europee, ma anche Cina, India, Giappone e Corea del Sud risentirebbero di un’interruzione delle forniture. Anche i produttori del Golfo, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, rischierebbero una riduzione delle esportazioni nonostante l’aumento dei prezzi.
Nel tentativo di evitare un’ulteriore escalation, l’Oman avrebbe proposto una soluzione che garantirebbe la libera navigazione nel corridoio meridionale, sotto giurisdizione omanita, e il passaggio nel settore settentrionale previa autorizzazione iraniana. Una proposta che Washington respinge, ritenendo inaccettabile riconoscere a Teheran un potere politico sul traffico marittimo internazionale.
Intanto il confronto si estende anche alle infrastrutture strategiche. Gli attacchi statunitensi contro il ponte ferroviario nella provincia iraniana del Golestan colpiscono uno dei collegamenti verso Turkmenistan, Russia e Cina, nel tentativo di limitare le alternative terrestri alle rotte marittime controllate dagli Stati Uniti.
Lo scontro assume così una dimensione geoeconomica oltre che militare. Se l’Iran utilizza Hormuz come leva strategica, Washington cerca di ostacolare l’integrazione dell’Iran nei corridoi commerciali eurasiatici. In questo scenario nessuna delle parti appare in grado di ottenere una vittoria decisiva: Teheran può destabilizzare i mercati energetici, ma rischia di aggravare la propria crisi economica; gli Stati Uniti mantengono la superiorità militare, senza però poter eliminare del tutto la minaccia rappresentata dalla geografia del Golfo.