Iran. La strategia iraniana contro l’asse Usa – Israele

di Giuseppe Lai

L’offensiva militare congiunta USA-Israele contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio scorso, ha dimostrato l’eccezionale portata della guerra di precisione moderna. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, insieme ad alti comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e a importanti funzionari dell’intelligence. Un evento che Washington e Gerusalemme hanno descritto come un colpo decisivo alla struttura di comando di Teheran finalizzato a destabilizzare il regime.
Eppure, nel giro di poche ore ogni speranza che gli attacchi mirati limitassero l’ampiezza della guerra è stata infranta. L’Iran ha risposto con il lancio di centinaia di missili balistici e droni non solo contro Israele ma anche in tutto il Golfo Persico, con notevoli ripercussioni sugli impianti civili e militari dei paesi allineati agli Stati Uniti e danni considerevoli all’immagine di stabilità e sicurezza dell’intera regione. Sarebbe riduttivo interpretare la risposta iraniana come puro atto di rappresaglia o come sfogo di un regime in fase terminale. E’ invece più realistico rappresentarla come strategia mirata, tesa a trasformare la posta in gioco del conflitto ampliandone il campo e la durata, una tattica che ha un nome ben preciso: escalation orizzontale. Tale condotta può essere adottata in caso di asimmetria tra gli apparati militari dei contendenti, come nel conflitto iraniano, e permette al combattente più debole di modificare i calcoli strategici del combattente più forte.
L’Iran, nella convinzione di non poter sconfiggere gli Stati Uniti e Israele in una competizione militare convenzionale, ha ampliato l’ambito geografico del conflitto, coinvolgendo ulteriori Stati e settori socioeconomici al fine di ottenere maggiore leva politica. Come ha ben descritto il professor Robert A. Pape in un recente articolo della rivista Foreign Affairs, la strategia dell’escalation orizzontale segue uno schema definito. Lanciando una rappresaglia su larga scala a poche ore dalla perdita della Guida Suprema e di molti comandanti superiori, Teheran intende attuare una mossa strategica con una pluralità di obbiettivi. In primo luogo affermare la continuità del comando e della capacità operativa, dando prova di resilienza agli attacchi di decapitazione statunitensi volti a paralizzare l’esercito iraniano. Ciò è avvenuto con l’elezione di Mojtaba Khamenei a Guida suprema e la pronta reazione all’intervento di Stati Uniti e Israele. In secondo luogo, ampliando il conflitto oltre il territorio iraniano. Attraverso quella che gli analisti chiamano la “moltiplicazione dell’esposizione”, l’Iran intende veicolare un messaggio inequivocabile: i Paesi che ospitano le forze americane dovranno affrontare gravi conseguenze e la guerra iniziata da Israele e Stati Uniti si diffonderà. La logica di tale postura si è già evidenziata in una serie di effetti a cascata come la chiusura di aeroporti, l’incendio di proprietà commerciali, l’uccisione di lavoratori stranieri e la perturbazione dei mercati energetici e assicurativi a seguito delle minacce di attentati sullo stretto di Hormuz.
Tali eventi definiscono i contorni di un approccio strategico che ha in ultima analisi finalità politiche: gli Stati che appoggiano l’asse USA-Israele dovranno bilanciare gli impegni dell’alleanza con la loro stabilità interna ed economica. Per quanto riguarda l’area del Golfo, ad esempio, gli attacchi di Teheran alterano la percezione dell’invulnerabilità di città come Dubai e Doha, che si promuovono nel mondo come sicuri centri di finanza, turismo e logistica. Indipendentemente dai danni strutturali e dalle intercettazioni dei sistemi di difesa, quando gli allarmi missilistici interrompono le operazioni all’aeroporto internazionale di Dubai, uno dei più trafficati al mondo, il costo in termini di immagine e sicurezza diventa elevato, così come le morti di lavoratori stranieri negli Emirati Arabi sottolineano che i civili non sono più al sicuro negli Stati del Golfo.
Gli effetti sui civili rientrano nella più ampia narrazione sull’ordine regionale che l’Iran cerca di plasmare con l’evoluzione del conflitto. Presentando le sue azioni come una “resistenza” a una campagna USA-Israele volta al dominio nella regione del Golfo, Teheran cerca di creare una frattura tra i leader dei Paesi dell’area e le loro opinioni pubbliche, una frattura che potrebbe crescere con il protrarsi della guerra. Se il conflitto si protrae, i governi del Golfo che hanno silenziosamente sottoscritto rapporti di cooperazione con Israele in materia di sicurezza sarebbero costretti a rendere più visibile quell’allineamento, a farlo emergere in tutta chiarezza, incontrando le resistenze dei cittadini arabi contrari a una presenza ingombrante come quella israeliana. Una questione che, interferendo nei rapporti tra governi e società. porrebbe una questione di legittimità interna. Gli stessi Stati Uniti non sono immuni dai rischi di un conflitto di medio-lungo periodo. Una guerra regionale segnata da picchi dei prezzi dell’energia, perdite di contingenti militari statunitensi e clima di incertezza causerà disagio nella stessa coalizione politica che sostiene Donald Trump. In essa si registra una certa diffidenza verso gli intrecci mediorientali, a cui si aggiungono le accuse mosse alla leadership presidenziale di seguire alla lettera le posizioni interventiste israeliane. Maggiore è la durata delle operazioni militari statunitensi più alte saranno le probabilità che tali fratture si allarghino all’interno della base elettorale di Trump, non certo un buon auspicio in vista delle elezioni di midterm previste nel novembre di quest’anno.
Il protrarsi del conflitto potrebbe influire anche sulle relazioni USA-Europa, con l’emergere di posizioni divergenti tra i fautori dell’interventismo americano e coloro che vorrebbero tenersi a distanza dalla guerra, considerata la forte esposizione dell’UE alla volatilità dei prezzi energetici e alle pressioni migratorie. Sotto tale aspetto, non è da escludere che uno o più governi europei contrari alla guerra possano limitare l’uso del proprio territorio per la logistica militare statunitense, un’eventualità che renderebbe più impegnativo per Donald Trump il mantenimento delle ostilità nel lungo periodo. In definitiva, il conflitto in corso ha finora evidenziato un punto a favore della Repubblica Islamica: la spinta alla rimodulazione della traiettoria strategica da parte dell’asse Israele-Stati Uniti.
L’estensione della risposta militare dell’Iran a Paesi, economie e interessi diversi ha innescato una molteplicità di effetti diretti e indiretti che sfuggono al controllo di Washington. In un simile contesto, in costante evoluzione, non si possono avere certezze sugli sviluppi delle ostilità, come inizialmente affermato da Donald Trump, che dava quasi per scontata la sconfitta di Teheran. ma solo previsioni sui possibili scenari: un patto politico tra Usa e Iran, un riaccendersi della rivolta popolare contro il regime, una guerra di logoramento di medio-lungo periodo. Al momento l’attacco combinato di Trump e Netanyahu, venduto come operazione preventiva per neutralizzare una minaccia, ha determinato un caos internazionale di cui oggi è difficile prevedere l’evoluzione.