di Enrico Oliari

L’agenzia atomica internazionale (Aiea) ha approvato il piano dell’Iran sul nucleare, cioè le garanzie dell’esclusivo impegno civile e non militare della ricerca sul nucleare nonché la possibilità per la comunità internazionale di effettuare controlli.

La decisione è arrivata dopo le lunghe trattative dell’Iran con il “5+1” (Gb, Usa, Cina, Francia, Russia + Germania) e il raggiungimento dell’accordo a luglio, ma anche dopo che lo scorso 15 dicembre l’Aiea aveva potuto archiviare le indagini sull’eventuale ricorso alla tecnologia per il nucleare a scopo militare, per cui il direttore Yukya Amano aveva affermato che “L’agenzia non ha credibili indicazioni di rilevanti attività nello sviluppo di armi nucleari dopo il 2009, ne’ ha trovato credibili indicazioni sul dirottamento di materiale nucleare verso un ipotetico uso militare del programma nucleare iraniano”. Aveva poi spiegato che gli iraniani “non hanno superato lo stadio degli studi scientifici e di fattibilità e dell’acquisizione di determinate competenze e capacità tecniche”.

Tradotto significa che tutta la retorica occidentale e israeliana, con tanto di disegni del premier Benjamin Netanyahu, era fuffa. Aria fritta, insomma, che ha comportato per l’Iran pesanti sanzioni con conseguente sofferenza per la popolazione.

Ieri sera a Vienna si sono incontrati il segretario di Stato Usa John Kerry, il collega iraniano Mohamad Javad Zarif e la Pesc Federica Mogherini, per firmare l’ok della comunità internazionale, dopo i controlli effettuati dagli ispettori. Rimarrà in piedi il criterio della gradualità, quindi il divieto di 10 anni di importare tecnologia per il nucleare ad uso civile, come pure l’embargo sulle armi ancora per 5 anni e quello sui missili per altri 8 anni, ma il primo mattone, fondamentale, del muro a cadere è stato quello delle sanzioni, compresa la possibilità di importare, su via libera del Consiglio di sicurezza dell’Onu, armamenti pesanti, come navi, blindati e elicotteri.

36 persone ed entità riconducibili alla Repubblica Islamica dell’Iran non saranno più soggette a restrizioni, compreso il congelamento dei beni o il divieto di viaggio.

E se a Teheran si è festeggiato a lungo nelle piazze, altrove, specialmente in Europa e con l’Italia e la Germania in pole position, ci si sfrega le mani per i mercati e le potenzialità che stanno per aprirsi.

Al momento il grosso problema per l’economia iraniana, che è una delle maggiori del Medio Oriente, è rappresentato dal basso costo del petrolio, oggi sotto i 30 dollari al barile e con la possibilità di un ulteriore calo del 30 per cento.

E’ difficile pensare – al contrario di quello che ha assicurato John Kerry – che non vi sia un collegamento fra la fine delle sanzioni e la liberazione annunciata oggi di cinque cittadini statunitensi trattenuti da anni nella Repubblica Islamica: si tratta del 40enne Jason Rezaian, capo dell’ufficio iraniano del Washington Post, arrestato il 22 luglio 2014 con la moglie Yeganeh Salehi, anche lei giornalista. Questa è stata rilasciata dopo poche settimane, mentre Rezaian è stato trattenuto in carcere con l’accusa di spionaggio e attività contro la Repubblica.

Gli altri, tutti con doppia cittadinanza come Rezaian, sono Amir Hekmati, veterano dei Marine e accusato di spionaggio, il pastore protestante Saeed Abedini, accusato di proselitismo, Nosratollah Khosrawi, della Marina Usa ed anche lui accusato di spionaggio, e lo studente Matthew Trevithick, che si trovava in Iran per un programma linguistico.

All’appello manca Robert Levinson, ex agente dell’Fbi scomparso sull’isola di Kish, dove stava svolgendo un’operazione sotto copertura per conto della Cia.

Washington rilascerà sette iraniani detenuti negli Stati Uniti e ritirerà le accuse verso altri 14 iraniani.