Iran. Lo Stretto di Hormuz come leva politica

di Giuseppe Gagliano –

La discussione tra Iran e Oman su un possibile sistema di pagamento per le navi in transito nello Stretto di Hormuz apre un nuovo fronte nella crisi tra Teheran e Washington. Non si tratta solo di una questione tecnica o commerciale: l’Iran punta a trasformare la propria posizione geografica in una fonte di rendita e in uno strumento di pressione politica.
Hormuz resta uno dei passaggi più sensibili del mondo, attraversato da una quota decisiva del petrolio e del gas destinati ai mercati internazionali. Condizionarne il traffico significa poter incidere sui prezzi dell’energia, sui costi assicurativi, sulla sicurezza delle rotte e sulla stabilità economica dei Paesi importatori.
Teheran non parla apertamente di pedaggi, che sarebbero difficili da giustificare sul piano del diritto marittimo internazionale. Preferisce presentare l’ipotesi come un sistema di tariffe per servizi specifici, come sicurezza, gestione ambientale, assistenza portuale o supervisione del traffico. È una distinzione decisiva: un pedaggio imposto per il semplice transito sarebbe contestato come illegittimo, mentre tariffe per servizi reali potrebbero essere difese entro certi limiti.
La nuova Autorità iraniana per lo stretto del Golfo Persico, con l’annuncio di aree di controllo e permessi di transito, invia però un messaggio politico chiaro: Hormuz non deve più essere considerato soltanto una rotta internazionale, ma uno spazio regolato anche dalla volontà iraniana.
Gli Stati Uniti respingono questa impostazione. Donald Trump vuole presentare la riapertura stabile dello Stretto come una vittoria diplomatica, ma non può accettare un meccanismo che riconosca all’Iran un potere permanente sul principale collo di bottiglia energetico del Golfo. Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha escluso un accordo se Teheran insisterà su pagamenti o autorizzazioni.
Il ruolo dell’Oman è delicato. Mascate è da anni un canale di mediazione tra Iran, Stati Uniti e monarchie del Golfo, ma in questa vicenda potrebbe diventare anche beneficiario economico di un eventuale sistema di gestione dello stretto. Un simile passaggio rafforzerebbe il peso diplomatico omanita, ma lo esporrebbe anche alle critiche di chi vedrebbe nel meccanismo una violazione della libertà di navigazione.
Per l’Iran, l’obiettivo economico è evidente. Le sanzioni americane hanno ridotto l’accesso ai mercati finanziari, agli investimenti e alla piena esportazione di energia. Un sistema di tariffe sul traffico marittimo produrrebbe entrate, costringerebbe armatori e compagnie assicurative a interagire con le autorità iraniane e creerebbe un precedente politico.
Dal punto di vista militare, Teheran non ha bisogno di controllare Hormuz in modo convenzionale. Le basta poterlo rendere insicuro. Missili costieri, droni, mine navali, unità veloci e capacità asimmetriche permettono all’Iran di complicare il traffico senza arrivare necessariamente a una guerra aperta.
Per Washington, la posta in gioco è la libertà di navigazione, uno dei pilastri della potenza americana. Gli Stati Uniti difendono non solo il passaggio delle petroliere, ma un ordine marittimo nel quale nessuna potenza regionale può imporre condizioni unilaterali su una rotta internazionale strategica.
La partita è anche giuridica. L’Iran non è parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma molte norme della Convenzione sono considerate parte del diritto internazionale consuetudinario. Se Teheran riuscisse a imporre un sistema di tariffe senza una risposta efficace, creerebbe un precedente pericoloso anche per altri stretti strategici.
Per le monarchie del Golfo, la questione è particolarmente sensibile. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Bahrein hanno bisogno di Hormuz aperto e prevedibile, ma non vogliono una guerra totale tra Stati Uniti e Iran. L’eventuale coinvolgimento dell’Oman potrebbe costringerle a scegliere tra pragmatismo diplomatico e difesa del principio della libera navigazione.
La Cina osserva con attenzione. Pechino dipende dall’energia mediorientale e teme l’instabilità nel Golfo, ma vede anche la vulnerabilità dell’ordine marittimo dominato dagli Stati Uniti. La crisi rafforza per la Cina l’interesse verso rotte alternative, corridoi terrestri e maggiore presenza navale.
Il possibile sistema di pagamenti a Hormuz è dunque una tassa sulla vulnerabilità globale. L’Iran vuole dimostrare che chi dipende da quella rotta deve riconoscere il suo peso politico. Gli Stati Uniti rispondono che la libertà di navigazione non si compra e non si negozia.
Il rischio è che lo Stretto non torni più alla normalità precedente. Anche senza chiuderlo, Teheran può ottenere un risultato strategico se convince il mondo che il passaggio da Hormuz dipende dalla sua capacità di autorizzare, rallentare o rendere insicuro il traffico. In questo senso l’Iran non deve necessariamente bloccare lo stretto per vincere: gli basta far pagare, politicamente ed economicamente, il fatto di non farlo.