di Giuseppe Gagliano –
Israele resta formalmente fuori dall’attuale fase del conflitto con l’Iran, ma la scelta del governo di Benjamin Netanyahu risponde a una precisa strategia. Mentre gli Stati Uniti intensificano bombardamenti e pressione economica su Teheran, Tel Aviv conserva le proprie capacità militari e affida a Washington il costo politico e operativo dell’escalation.
L’amministrazione americana punta a evitare un coinvolgimento diretto di Israele per non trasformare il confronto in una guerra regionale aperta e per non mettere in difficoltà le monarchie arabe del Golfo, che possono sostenere gli Stati Uniti contro l’Iran ma difficilmente potrebbero apparire al fianco di Israele in un conflitto con un Paese musulmano.
Pur condividendo l’obiettivo di indebolire Teheran, Washington e Tel Aviv divergono sulla finalità della guerra. Donald Trump considera la pressione militare uno strumento per ottenere concessioni negoziali, mentre Netanyahu ritiene insufficiente qualsiasi accordo che lasci intatto l’apparato politico e militare della Repubblica islamica. Per il governo israeliano, l’indebolimento economico dell’Iran attraverso il blocco delle esportazioni e la riduzione delle entrate petrolifere può rivelarsi più efficace di un intervento militare diretto.
La competizione si concentra sempre più sul controllo delle principali rotte energetiche. La crisi nello Stretto di Hormuz ha spinto l’Arabia Saudita a rafforzare le esportazioni attraverso il Mar Rosso, ma questo rende ancora più strategico Bab el Mandeb, dove gli Houthi continuano a rappresentare una minaccia per il traffico marittimo. Un deterioramento simultaneo della sicurezza nei due stretti provocherebbe pesanti ripercussioni sul commercio mondiale, con aumenti dei costi di trasporto, delle assicurazioni e dell’energia, colpendo in particolare l’Europa.
Nonostante la superiorità militare di Stati Uniti e Israele, l’Iran e gli Houthi possono continuare a esercitare una significativa capacità di pressione attraverso attacchi limitati contro navi e infrastrutture, sufficienti a scoraggiare gli armatori e ad aumentare i premi assicurativi.
L’assenza israeliana dal teatro operativo offre inoltre a Washington un ulteriore strumento di pressione diplomatica. La possibilità di un futuro intervento di Tel Aviv resta infatti una minaccia implicita nei confronti dell’Iran. Tuttavia questo equilibrio rimane fragile: un grave attacco contro Israele, un’azione particolarmente efficace degli Houthi o pesanti perdite statunitensi potrebbero provocare un rapido allargamento del conflitto, trasformando la crisi in una guerra regionale di più ampia portata.




