di Giuseppe Gagliano

Negli ultimi mesi alcune indiscrezioni hanno suggerito che l’Oman, tradizionale ponte tra Stati Uniti e Iran, stia perdendo centralità nei negoziati sul nucleare iraniano. Eppure, a Muscat le attività diplomatiche continuano con discrezione, segno che il sultanato mantiene una posizione chiave nella fitta trama di contatti, scambi e mediazioni che accompagnano ogni tentativo di rilanciare il dialogo.

L’Oman, grazie alla sua politica di neutralità attiva e alla credibilità maturata in decenni di diplomazia silenziosa, resta uno dei pochi interlocutori accettati da entrambe le parti. Non ha mai ceduto alla tentazione di spettacolarizzare i negoziati, preferendo la riservatezza come strumento di fiducia.

Tre fattori rendono ancora oggi Muscat un nodo imprescindibile. Primo, la sua posizione geografica strategica, all’imbocco dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il traffico petrolifero mondiale. Secondo, la sua capacità di dialogare con attori tra loro in conflitto, mantenendo rapporti stabili con Washington, Teheran, ma anche con Riyad e Abu Dhabi. Terzo, l’esperienza accumulata nella gestione di dossier complessi, che spazia dagli scambi di prigionieri alla mediazione su questioni di sicurezza regionale.

Per Stati Uniti e Iran, l’Oman rappresenta un terreno neutro in cui testare aperture, proporre compromessi e sondare la disponibilità politica senza esporsi pubblicamente.

Negli ultimi mesi, fonti diplomatiche indicano che i contatti tra Muscat e Washington sono proseguiti con la stessa intensità di prima, nonostante l’assenza di annunci ufficiali. Gli Stati Uniti vedono nell’Oman un alleato discreto, capace di mantenere canali aperti anche nei momenti di maggiore tensione. Non a caso, molte delle fasi preliminari che hanno preceduto l’accordo sul nucleare del 2015 si sono svolte proprio nella capitale omanita.

La Casa Bianca sa che senza un intermediario credibile, ogni ripresa dei colloqui sarebbe più vulnerabile a incidenti politici o pressioni interne.

Le informazioni che arrivano a Muscat indicano che i colloqui sul nucleare potrebbero riprendere nello stesso formato di prima: contatti indiretti, con delegazioni separate e il mediatore omanita a fare da tramite. È uno schema che limita i rischi politici per entrambe le parti e consente di lavorare su dossier paralleli, come le sanzioni economiche o la sicurezza marittima nel Golfo.

Tuttavia, il contesto è più complicato rispetto al 2015. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente e la pressione israeliana contro ogni apertura verso Teheran creano un ambiente meno favorevole. L’Oman dovrà quindi usare tutta la sua abilità diplomatica per mantenere un equilibrio fragile.

Un eventuale rilancio dell’accordo nucleare potrebbe allentare le sanzioni sull’Iran, permettendo un aumento delle esportazioni di petrolio e gas. Per l’Europa, alla ricerca di fonti energetiche alternative, ciò avrebbe un impatto diretto sui mercati. Per gli Stati Uniti, significherebbe stabilizzare almeno in parte il Golfo, riducendo il rischio di escalation che potrebbe danneggiare le rotte commerciali.

Per l’Oman, il successo della mediazione significherebbe rafforzare il proprio ruolo di piattaforma diplomatica regionale, con benefici anche economici in termini di investimenti e visibilità internazionale