di Giovanni Caprara

Nel discorso celebrativo sull’accordo con l’Occidente, il presidente iraniano Hassaan Rouhani ha pronunciato la frase “non ci hanno fatto la carità” la quale, probabilmente, vuole allontanare dalla parte meno abbiente degli iraniani l’insorgere dell’ipotesi che le disastrose condizioni economiche interne incarnino il motivo che ha costretto, ab torto collo, la governance iraniana ad accettare le condizioni sulla regolamentazione dell’arricchimento dell’uranio negli asset nucleari.

Le sanzioni comminate alla Repubblica Islamica hanno prodotto il crollo del valore della moneta iraniana nei confronti delle valute straniere. La popolazione versa in condizioni precarie ed in particolare 15 milioni di cittadini, circa il 20% della popolazione, vivono sotto la soglia di povertà. Le restrizioni imposte all’Iran hanno coinvolto indirettamente anche settori vitali quali il servizio sanitario, dove la carenza di medicinali ed apparecchiature mediche mettono in pericolo di vita gli ammalati. Altro settore in sofferenza è il trasporto aereo, infatti è stato inibito all’Iran non solo l’acquisto di aerei civili, ma anche di parti di ricambio. In pratica la Repubblica Islamica non aggiorna i suoi aeromobili dall’inizio delle sanzioni e questo si traduce in velivoli vecchi di 30 anni, che percorrono le tratte interne, senza le necessarie implementazioni tecniche. La risultanza è in oltre 200 incidenti con circa 2000 morti. Nel 2014 la Boeing ha siglato un accordo per la vendita della componentistica, ma senza che il trasporto aereo ne abbia giovato pienamente. Principalmente il blocco dell’import-export concerne gli idrocarburi. L’Iran è il quarto produttore mondiale, ma raffina solo una piccola parte del proprio greggio, infatti ne importa una notevole quantità, in particolare quella necessaria a movimentare gli oltre 26 milioni di veicoli immatricolati nel paese. Il settore automobilistico stesso, secondo per profitti solo al petrolio, ha subito una restrizione marcata a causa delle sanzioni.

L’inasprirsi di quest’ultime comminate dal 2010 ha bloccato l’economia, la quale ha subito contraccolpi negativi dalla mancata esportazione di gas naturale, acciaio e rame. Un effetto collaterale imprevedibile è stato l’innalzamento dell’inquinamento dell’aria. La causa è nella necessaria trasformazione delle strutture chimiche in raffinerie per il petrolio. Il prodotto che viene ricavato non solo è di qualità scadente, ma è pieno di sostanze inquinanti che contengono il 3 per cento di prodotti cancerogeni. Gli abitanti sono costretti a proteggersi con mascherine o sciarpe per evitare irritazioni alla gola ed agli occhi, ma questo non è sufficiente, infatti il ministero della Salute iraniano ha dichiarato che nel 2013 sono decedute quasi 4.500 persone a causa dell’inquinamento atmosferico, con un incremento pari al 181% nell’ultimo decennio. Onde evitare altri decessi, la governance ha deciso di chiudere scuole ed edifici pubblici nelle giornate di picco inquinante. Come un effetto domino, la ricaduta delle mancate esportazioni petrolifere hanno inciso fortemente sul sistema bancario e finanziario. Benchè per sua natura il mercato petrolifero sia globalizzato e fluttuante, l’Iran non è riuscito a recuperare le perdite delle mancate esportazioni con l’occidente vendendo le proprie risorse ad altri consumatori quali la Cina, l’india, l’Indonesia, la Corea del Sud e la Russia. L’isolamento del sistema finanziario ha comunque determinato difficoltà per i partner asiatici nel perpetuare gli interscambi, con il risultato finale di cancellare all’Iran molte commesse. Quantificando matematicamente il decremento del commercio petrolifero, la perdita si è attestata tra il 40% ed il 50% dei flussi ordinari, il che si traduce ad un milione di barili al giorno ed una perdita di 50 miliardi di dollari. Secondo stime ufficiali del governo della Repubblica Islamica, l’esportazione petrolifera vale l’80% sul totale ed è il motivo per il quale la valuta locale ha subito una svalutazione che ha innescato un effetto negativo a catena sui prezzi al consumo, coinvolgendo in particolare i beni di prima necessità.

L’economia iraniana è retta anche dalla piccola e media imprenditoria, detta i figli dei bazaari, i quali hanno consentito la nascita di una nuova borghesia ricca e pragmatica che ha sostenuto la governance solo per mantenere il proprio status quo. Una sorta di associazione che può reggere le sorti dell’economia interna e fungere da collante fra la classe politica e quella meno abbiente. Ma la svalutazione del rial e l’aumento dei prezzi ha provocato un allontanamento dei bazaar dallo Stato centrale, in quanto non erano disposti a subire la diminuzione del loro status per coadiuvarlo e seguirlo contro l’occidente in una politica economica ed estera sfavorevole alle nuove condizioni volute da loro stessi. L’effetto di un mancato appoggio da questa parte fondamentale dell’economia ha avuto un ruolo determinante sulle autorità politiche costringendoli ad adottare soluzioni urgenti come quello di accettare l’accordo sul nucleare, pena una possibile destabilizzazione del sistema Iran e della classe dirigente.

La sottolineatura di Ali Khamenei, la Guida suprema, riguardo i futuri rapporti con gli Stati Uniti, definiti arroganti, in qualche modo confermano la precarietà dell’establishment politico nei confronti dei bazaar, ma palesa anche la necessità di comunicare al popolo iraniano di non indulgere verso l’antico nemico, ma di perseverare nell’atteggiamento critico verso una società consumistica che non appartiene all’Iran.

Il sentiero di crescita dell’Iran si innalzerà presto, tant’è che è stimato al 2% per il 2015, e l’aumento del PIL corrisponderà ad una valuta più forte ed un’inflazione più moderata. Il prezzo del petrolio potrebbe attestarsi a 110 dollari al barile, favorito dalla maggior domanda dei paesi europei.

Gli anziani in Iran raccontano che le rivoluzioni iniziano sempre nei bazaar, ma almeno in questo periodo tale pericolo sembra scongiurato.