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Sotto una montagna a Isfahan, in tunnel scavati abbastanza in profondità da resistere a qualsiasi bomba convenzionale, l’Iran conserva materiale nucleare arricchito quasi al livello necessario per costruire un’arma. È lì da anni. Ora è diventato il centro di tutto. Trump ci torna ogni giorno, in quasi tutte le interviste che ormai concede a tutti. “Lo userebbero entro un’ora o un giorno”, ha detto lunedì, riferendosi a un’ipotetica bomba iraniana. Martedì, nello Studio Ovale, ha detto ai giornalisti che prima dei bombardamenti del giugno 2025 l’Iran era “a un mese” dalla piena capacità nucleare. Gli esperti precisano che arricchire il combustibile al livello necessario avrebbe richiesto un mese, ma costruire un’arma rudimentale ne avrebbe richiesti molti di più, forse un anno. La differenza non sembra turbarlo.
Sul New York Times, David E. Sanger (che si occupa del programma nucleare iraniano da oltre vent’anni) scrive che ciò che Trump sta considerando davvero – e che non dice esplicitamente, ma lascia intendere ogni giorno con più chiarezza – è un’operazione per recuperare e/o distruggere quel materiale. Marco Rubio, il suo segretario di Stato, aveva già spiegato al Congresso qualche settimana fa che un’operazione del genere richiederebbe un commando che “entri e se la prenda”. Martedì Trump ha detto ai giornalisti che le operazioni di terra non lo preoccupano. “Non ho affatto paura di questo. Non ho paura di niente, davvero”.
Ma secondo l’analista del New York Times questa sarebbe l’operazione militare più complessa della storia americana recente. Più dell’uccisione di Bin Laden. Più della cattura di Maduro. Tanto per cominciare, nessuno sa con certezza dove si trovi tutto il combustibile. Se i contenitori venissero perforati, il gas che ne fuoriuscirebbe sarebbe tossico e radioattivo. Se i contenitori si avvicinassero troppo tra loro, sussisterebbe il rischio di un’accelerazione della reazione nucleare. E poi è facile immaginare che gli iraniani abbiano quasi certamente pianificato la difesa di quei siti con la stessa cura con cui hanno pianificato tutto il resto. Con contenitori civetta, per esempio: quando e semmai le forze speciali Usa dovessero arrivare laggiù, invece di una ventina di contenitori, ne troverebbero centinaia o migliaia.
Prima della guerra, la maggior parte degli analisti dell’intelligence non vedeva una minaccia nucleare iraniana imminente. Lo ha ribadito Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, dimettendosi dall’incarico: nella sua lettera di addio ha scritto che “l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione”. Diciotto giorni di bombardamenti dopo, però, la situazione è cambiata. L’Iran ha perso gran parte delle sue capacità missilistiche convenzionali. Il materiale nucleare è rimasto. È diventato una delle ultime carte in mano a Teheran, e Teheran lo sa.
Matthew Bunn, esperto di armi nucleari ad Harvard, ha sintetizzato al Nyt il dilemma americano: fermarsi ora significherebbe “lasciare un regime indebolito ma amareggiato, forse più determinato che mai a costruire una bomba atomica, e ancora in possesso del materiale e di gran parte delle conoscenze e delle attrezzature necessarie per farlo”. In pratica Trump è andato ad infilarsi in un imbuto decisionale. Ha cominciato un po’ alla cieca e ora fermarsi è complicato.
C’era stata, prima della guerra, un’apertura. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, aveva proposto di ridurre tutto il materiale nucleare al livello adatto ai reattori civili, sotto supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il combustibile sarebbe rimasto in Iran, ma ispezionato. Jared Kushner e Steve Witkoff, i due negoziatori americani, avevano risposto con una controproposta: gli Stati Uniti avrebbero fornito uranio a basso arricchimento gratuitamente e per sempre. Araghchi aveva rifiutato. Era previsto un altro incontro. Non c’è mai stato: nelle prime ore del 28 febbraio sono cominciati i raid.
* Fonte: agenzia Dire.





