di Giuseppe Gagliano –
Hossein Schariatmadari, voce di spicco del governo iraniano e rappresentante di Ali Khamenei in televisione, ha lanciato un messaggio chiaro: l’Iran potrebbe imporre restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz per Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non serve neppure un blocco effettivo: basterebbe l’annuncio, ha detto, per far schizzare il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile e generare un terremoto economico globale.
Lo Stretto di Hormuz è lungo appena 50 chilometri, ma attraverso di esso passa circa un quinto del petrolio mondiale. L’Iran dispone di missili costieri, droni e una flotta di barchini veloci in grado di minacciare petroliere e unità navali. Non avrebbe la forza di chiudere stabilmente lo Stretto, sotto il controllo della V Flotta americana e delle marine occidentali, ma ha la capacità di renderne l’uso rischioso, costoso e incerto. È la logica della guerra asimmetrica: non vincere lo scontro diretto, ma alzare il prezzo della sicurezza.
Un rialzo del petrolio a 200 dollari sarebbe devastante. Gli Stati Uniti, oggi più autonomi grazie allo shale oil, sarebbero colpiti ma meno vulnerabili. L’Europa invece, già fragile per la riduzione delle forniture russe, vedrebbe esplodere i costi energetici e una nuova recessione. Germania, Francia e Gran Bretagna, citate da Schariatmadari, sono economie ad alta dipendenza dalle importazioni di energia. Il messaggio iraniano è chiaro: se volete strangolare Teheran con sanzioni, siete voi a rischiare il collasso.
La minaccia va letta nel contesto del conflitto con Israele e della tensione con Washington. L’Iran mostra di avere ancora leve di pressione strategica nonostante l’isolamento internazionale. Lo Stretto di Hormuz è una di queste: una “arma geoeconomica” capace di destabilizzare mercati e governi senza bisogno di guerre convenzionali. È anche un messaggio all’Europa: seguire Washington nelle sanzioni significa esporsi al ricatto energetico.
In passato Teheran ha usato più volte lo spettro della chiusura di Hormuz, senza mai passare dalle parole ai fatti. Farlo davvero significherebbe correre il rischio di una guerra totale. Ma in un mondo già attraversato da conflitti e crisi energetiche, la sola evocazione della minaccia basta a muovere i mercati. Il petrolio non è solo una risorsa, ma un’arma politica.
Le parole di Schariatmadari non sono una boutade propagandistica, ma l’ennesimo richiamo alla fragilità dell’ordine globale. L’Iran sa che, pur non potendo vincere militarmente contro Stati Uniti e alleati, ha la possibilità di destabilizzare l’economia mondiale. È il paradosso della geopolitica contemporanea: i mari non sono più solo vie di commercio, ma strumenti di guerra economica.




